"Maledizione" sbottò Davide. "Il lucchetto non ci voleva. Questa è la cassa più pesante. Qui dentro c'è qualcosa di grosso."
"Lasciamola per ultima" disse l'amico. "Aiutami piuttosto a spostare questa, che è pure greve."
Afferrarono la quarta cassa aperta, come la prima e la seconda, ma massiccia, zavorrata, faticosissima da muovere, e la appoggiarono sopra la terza, rimasta intatta. Sollevarono il coperchio, e le cerniere anchilosate scricchiolarono sinistramente. Conteneva un paio di tenaglie, un martello, un pacco di chiodi da carpentiere arrugginiti, dei bicchieri di cristallo decorati e numerose catene da camino, quelle che d'uso servivano per appendervi il paiolo in rame per cuocere la polenta. Davide afferrò subito il martello, e stava già per scagliarsi contro la serratura della terza cassa quando Scalchi gli agguantò l'avambraccio fermandolo.
"Vuoi che ci sentano quelli giù nel cortile?" bisbigliò digrignando i denti.
Poi prese la tenaglia e incastrò la ganascia tra il lucchetto e l'anello metallico fissato alla cassa. Davide lo aiutò a far leva con tutta la forza che aveva in corpo. Infine il lucchetto cedette improvvisamente ed i due ragazzi perdettero l'equilibrio cascando all'indietro, su lerci sacchi. Ma, evidentemente, quel che più importava era l'aver aperto la fatidica terza cassa. L'aver compiuto un'ennesima trasgressione li rese maggiormente complici. Si rialzarono come molle e si misero in ginocchio sollevando, uno per lato, il consistente coperchio. Anche questa volta le cerniere arrugginite cigolarono. Davide tolse una vecchia coperta, e sotto uno spesso strato di segatura riaffiorò l'impugnatura di una splendida sciabola, fornita ancora del fodero in cuoio terminante con una guarnitura in ottone opaco.
"È bellissima" sussurrò.
L'altro annaspò brevemente nella segatura e carezzò una strana sagoma. L'afferrò con entrambe le mani: si trattava di un fucile ad avancarica, certamente appartenuto, come d'altra parte la sciabola, a quel Jean Michael sottufficiale delle lettere.
"Splendido" disse Scalchi levandosi in piedi e puntando l'arma in aria quasi per verificarne l'efficace funzionamento. Il fucile aveva una lunghissima canna brunita, gli anelli con l'asta di caricamento inserita, decorazioni floreali sul cane e sulle altre guarniture in ottone. Il grilletto terminava con una piccola spirale.
"Presto, andiamocene" disse il ragazzo all'amico che aveva sguainato l'arma intarsiata. Davide reinserì rapidamente la lama nel fodero e l'appese a un chiodo che sporgeva dalla parete.
"No, oltre al danno anche le beffe. No, prima di andarcene rimettiamo almeno in ordine le casse."
Una per una rimisero le casse al loro posto; con la variante che la terza cassa col lucchetto forzato finì dietro le altre, rendendo mascherato l'antefatto. Presero quindi le armi, pronti per tornare col lauto bottino alla soffitta di partenza; ma c'era il problema della risalita. Per raggiungere il sottotetto, dal quale eran faticosamente pervenuti, dovevano superare un dislivello di quel paio di metri che all'arrivo non costituiva una barriera essendo stato sufficiente, un salto verso il basso. E non potevano nemmeno scendere più semplicemente lungo la nodosa scala a pioli che conduceva, esternamente, al ballatoio in quanto rischiavano di essere irrimediabilmente scoperti. In quel momento, poi, pervenne un confuso vocio che, gradualmente, divenne sempre più intelleggibile.
"È arrivata la Desolina" disse con gli occhi sgranati Scalchi. "Pare anche a me" rispose Davide confuso. "Non spaventiamoci" aggiunse. "Intanto non viene sicuramente sopra. Presto, cerchiamo una soluzione per scalare il muro e badiamo a non far rumore.
"Sta chiacchierando con il Brusa" riferì ancora all'altro che, nel contempo, saliva sopra una stufa a legna allungandosi in punta di piedi per aggrapparsi alla trave.
Davide s'avvinghiò ai polpacci penzolanti del compagno e gli diede una spinta verso l'alto; e quest'ultimo, come una docile scimmietta ammaestrata, raggiunse il sottotetto, mentre quello da basso legava con una sottile ma robusta funicella, che s'era portato dietro per ogni evenienza, le due armi trafugate.
Passò la fune all'altro, che tirò in salvo il bottino e poi, reggendosi a una trave malferma, gli tese la mano, bagnata dal sudore dell'emozione. Davide s'arrampicò poggiando un piede sulla parete e premendo per darsi maggiore slancio col sinistro sulla stufa a legna, che dapprima barcollò e infine ruzzolò con un fragore di ferraglie decisamente forte, tanto da esser percepito da quanti stavano sfaccendando, ignari di quanto avveniva sopra, sulla soffitta, nel cortile.
"Cosa capita là sopra" sbraitò il Brusa dal cortile mettendosi le mani ai fianchi e scrutando in alto, verso la famigerata soffitta.
"Saranno i gatti, ce ne sono talmente tanti" rispose la Desolina mestamente, guidando con un ramo galline e anatre nel pollaio.
"Che gatti e gatti" rispose il Brusa con rabbia. "Ci scommetto mezzo litro di nero che l'è quel lazzarone del figlio del Parracini che fa razzie nelle nostre soffitte. Se avessi qualche anno di meno salirei per dargli la bella lezione che si merita. Ma glielo dico io a suo padre; glielo dico io quando torna dalla fonderia."
"Sono ragazzi, bisogna capirli" disse la Desolina "lasciamoli fare", e si rassestò l'ampio scialle sulle spalle.
La Desolina appariva molto provata; il marito era deceduto proprio quella mattina dopo un lungo ricovero ospedaliero. La donna in gioventù aveva risieduto per svariati anni in un paese dove svolgeva il duro lavoro di mondina nelle sconfinate risaie della bassa. Il Brusa era il boscaiolo più conosciuto della zona.

«Chi siete?» E lei risponde: «Nel tuo cuore voglio entrare... per narrarti meraviglie...»
Wolfram Von Eschenbach, Parzival.

 

© Giuseppe Patellaro

 

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