Di mestiere faceva il pescatore. Si chiamava Carmine Gravagnuolo, era un ometto sulla quarantina,  basso di statura, tracagnotto ed aveva due occhi molto vivaci che si illuminavano soprattutto quando lui raccontava delle storie nelle quali aveva un ruolo da protagonista . Lo soprannominavano "Galioto” (Galeotto), perché indossava spesso della magliette con le maniche lunghe a strisce bianche e nere. Negli anni sessanta abitava a Pastena, un quartiere periferico di Salerno e non aveva mai pensato di prendere moglie perché il primo fratello viveva in Germania, la sorella era sposata e viveva per conto proprio e l’altro fratello più giovane lo aiutava nel mestiere. Perciò lui doveva prendersi cura della vecchia madre rimasta vedova. “Nisciuno cunsegna a mamma’ il pesce fresco comm’a me!” dichiarava “Galioto”, “gonfiandosi d’orgoglio” come un tacchino.

      Carmine si beava particolarmente nel raccontare aneddoti, descrivere persone, fatti e situazioni, “farcendo” il tutto con grandi dosi di invenzioni personali ed abbondanza di frottole. In primis, egli era solito vantarsi della sua imbarcazione. “Tengo ‘a meglia varca r’’o munno!” diceva sempre, “Che dico r’’o munno, d’Europa!” Il Gravagnuolo arrivò al “top delle puttanate” quando perlò del suo incontro in mare con due delfini…

     “’Na vota partettemo pe’ ghi’ a pisca’ io e frateme Marittiello. ‘O tiempo era buono, ‘o mare era calmo e ‘a luna chiena me pareva ‘nu pallone janco ca rereva ‘ncielo. Putevano essere ‘ e sette, sette e meza ‘e sera,  e quanno arrivaimo ‘nu poco luntane r’’a terra, io stutaje ‘o mutore r’’a varca e diciette a Marittiello ca era ‘o mumento ‘e calà ‘a rezza. Pe tramenta stevamo ‘nciarmanno, arrivaje zumbanno ‘ncopp’all’acqua ‘nu furone (delfino), s’accustaie e accumminciaje a dà ‘ncapate ‘a varca. “Oh, amico r’’o sole, ‘a vuo’ frni’!” diciette all’animale. “Che tiene ‘a capa a pazzia’?! Vattenne ch’amma pisca’, accussì fai fui’ tutt’‘e pisce!” ‘O furone  facette  “ hi hi hi”, cu chella voce ca pareva ‘na resatella e s’alluntanaje. Frateme Marittiello steva c’’a vocca aperta e nun parlava, pareva ‘nu scemunuto. Aroppo duje o tre minuti, che succerette? Chella bestia turnaje e se mettette ‘n’ata vota a da’ ‘ncapate ‘a varca. “Aeh, staje ‘n’ata vota ccà?! Te n’hea ji’, ccà tenimmo che ffà! Vattenne, vattenne, Marittie’ allucca pure tu vattenne! Ma tu vire ‘o cielo che te mena!” Io e frateme facettemo burdello e ‘o furone pazzariello se ne jette, piglianno ‘n’ata direzione. Ma turnaje subbeto, ‘ncumpagnia ‘e n’ato animale comme a isso. Primma facettero chillu “hi hi hi” e po’ se mettettero a tuzza’ ‘a varca. “Oooh, ch’è purtato pure a’ cumpagna toja?! ‘O bbuo’ capi’ ch’amma fatica’, nun tenimmo tiempo pe’ giuca’! Jatevenne, jatevenne a fa’ ‘ammore a n’ata parte!” ‘E dduje bestie se facettero ‘nu giro attuorno ‘a varca e aroppo finalmente se ne jettero velocemente… Io e frateme ce guardaiemo ‘int’all’uocchie comme a dduje stunate e, passato ‘o mumento, ce mettettemo a cala’ ‘a rezza…

     L’indomani cuntaiemo ‘o fatto a pariente ed amici, ma nisciuno ce vulette credere. “Galio’, ma che vai accucchianno!? All’anema r’’a palla! Arape ‘a fenesta e fa’ asci’ ‘stu pallone!” Questi furono i maggiori commenti commentati, eppure, v’’o giuro, ‘o fatto è veramente vero!”  

 

 

Carlo Giarletta

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