Di lì a breve Luigi avrebbe compiuto ventinove anni quando nacque il suo primo figlio. Se è vero che ognuno di noi ha più di una vita da vivere, quel giorno suo figlio gliene consumò una, forse non la prima e nemmeno l’ultima.

Era il primo venerdì di gennaio del 1962 e pioveva come mai si era visto prima, o almeno così gli sembrava. Gli scrosci d’acqua sulla vetrata inumidivano le ossa e il fuoco della stufa a legna non riusciva a scacciare il freddo che sentiva nell’animo e nel corpo.

Aveva sempre immaginato diversamente la nascita del suo primo figlio: si vedeva tornare dal lavoro, accolto a casa da sua madre, dalla suocera e dalle donne del vicinato, tutte festanti, pronte a porgergli il neonato e a congratularsi con lui per la nascita di un maschio. Si immaginava poi al bar, a offrire da bere agli amici, raccontando la cronaca della nascita come se fosse stato presente, impersonando le emozioni di tutti i presenti. 

La realtà però era ben diversa. Era disoccupato, in cerca di un impiego che non riusciva a trovare. Quando capitava qualche lavoretto, esso durava così poco che non aveva mai visto una vera busta paga, solo qualche diaria. Eppure, un mestiere lo aveva: il falegname. Lo aveva appreso a dodici anni, finita la guerra, quando la madre e la sorella maggiore lo avevano mandato a “imparare il mestiere” per tenerlo lontano dalla strada e non pesare sulle misere risorse familiari. Aveva lavorato ogni giorno fino alla partenza per il servizio militare, ma al ritorno era iniziata una disoccupazione cronica che, all’inizio, era una scusa per rimandare il matrimonio, poi, con Elena incinta, quei rinvii non avevano più senso.

Luigi ed Elena erano cresciuti insieme, ma Luigi aveva imparato presto cosa volesse dire sentirsi incompleto. Suo padre lo aveva abbandonato e di lui gli era rimasto un nome e un cognome ereditato senza memoria né voce, un’assenza così antica da sembrare normale. A occupare quello spazio c’era stata Giuseppina, la sorellastra di diciassette anni più grande, severa e inflessibile, che per necessità e per indole si era fatta guida, regola, talvolta persino rifugio. La madre, Ida, chiamata Idona per la sua prosperosità, restava invece ai margini, presente nel corpo ma spesso lontana nello sguardo, intenta a inseguire distrazioni che alleviassero il peso di una vita povera e senza appigli. 

Luigi cresceva così, imparando presto che l’affetto non sempre arriva come carezza, e che a volte bisogna farselo bastare anche quando ha la forma della mancanza.

La famiglia di Elena invece era povera e umile, ma con un padre barbiere e una madre sarta, capaci di sostenere la famiglia. A casa di Elena c’era sempre un fuoco acceso e, al centro dell’unica stanza, una tavola dove almeno una volta al giorno la famiglia si riuniva per un pasto che non era mai solo un tozzo di pane, come invece accadeva spesso a casa di Luigi.

Elena e Luigi erano legati dalla stessa povertà, seppure vissuta in forme diverse. La guerra aveva trasformato quella povertà in miseria, e neppure il dopoguerra aveva portato un vero cambiamento. Le differenze si misuravano in ciò che si riusciva a portare sulla tavola. E quando si chiedeva una scorza di pane a chi aveva poco quanto te, chi decideva di dividerla diventava, con quel gesto, anche il tuo salvatore.

In quelle sfumature di miseria Luigi ed Elena avevano condiviso l’infanzia, crescendo nello stesso vicolo e giocando da bambini nei terreni incolti, finché la guerra non li raggiunse quando avevano appena sette anni. Il padre di Elena, Tanino, fu richiamato alle armi e trascorse quasi tutto il conflitto in un campo di prigionia, tornando a casa solo alla fine, provato nel corpo e nello spirito. In casa di Luigi, invece, nessuno partì: lui era il maschio più grande, ma ancora troppo piccolo per essere mandato in guerra.

Durante la guerra, per poter mangiare un po’ di pane e guadagnare pochi centesimi, Luigi ed Elena andarono a lavorare dai cordai di Santa Lucia. Ogni mattina gruppi di bambini percorrevano la mulattiera fino a Santa Lucia, passando tra i soldati tedeschi accampati nella selva. Al lavoro, il compito dei bambini era quello di “girare le ruote” per sgranellare i fili di corda che poi venivano intrecciati dagli adulti per farne cordame pesante, destinato ai portuali di Napoli.

Il tragitto a piedi era anche l’unico svago rimasto e bastava l’intraprendenza di uno per trovare un diversivo, come la raccolta di tuberi e rape selvatiche per insaporire l’acqua calda che, con un tozzo di pane duro, riempiva lo stomaco.

Negli anni della guerra Luigi si fermava spesso a casa di Elena per mangiare, accolto nel posto lasciato vuoto dal padre di lei. Anche con il marito in guerra, donna Sofia, la madre di Elena, riusciva a riunire la famiglia a tavola, aiutandosi con lavori di sartoria per le famiglie benestanti del paese. Il pagamento era spesso in natura: frutta, farina, ortaggi. Per questo, a casa di Elena c’era sempre il fuoco acceso.

Luigi invece rientrava a casa soltanto per dormire, con le spalle stanche e le tasche quasi vuote, giusto il tempo di consegnare a Giuseppina quei pochi centesimi guadagnati durante la giornata. Nessuno gli domandava mai se avesse fame. Forse il suo silenzio bastava a raccontarlo, forse era una domanda che avrebbe fatto troppo male porre. Tutti sapevano che, varcando la soglia di casa di Elena, Luigi trovava sempre almeno un pezzo di pane e un po’ di calore umano, abbastanza per andare avanti un altro giorno.

Ora Elena gli aveva dato un figlio e con quella nascita qualcosa era cambiato per sempre. Guardando il piccolo tra le braccia della madre, Luigi sentì un senso di responsabilità nuovo, quasi sconosciuto. Non aveva avuto un padre da cui imparare, ma forse proprio per questo avrebbe cercato di essere presente, di imparare giorno dopo giorno, anche sbagliando.

E come in un film avrebbe voluto un colpo di scena, sentire bussare alla porta ed aprendo l’uscio una figura che si fosse presentata come suo padre, apparso alla sua vista per la prima volta proprio il giorno di nascita del figlio presentandosi con una voce tremante: “Posso conoscere mio nipote?” 

Ma questo non era riportato su nessuna pellicola, era solo un film nella sua testa.

La realtà era diversa. Era la casa ancora povera e la pioggia che continuava a battere sui vetri. Ciò accese dentro di lui una speranza timida, come un senso di rivalsa. Forse non avrebbe potuto offrire molto, ma avrebbe dato tutto ciò che aveva e che era mancato a lui: la sua presenza, il suo impegno, la voglia di costruire qualcosa di diverso per quel bambino appena arrivato.

Fuori il mondo restava difficile e incerto, ma dentro quelle mura, per la prima volta, Luigi sentì che il futuro non era solo una minaccia, ma anche una promessa. E mentre il fuoco della stufa scaldava a stento la stanza si fece la promessa di provarci, ogni giorno, a essere il padre che non aveva mai avuto.

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