“Sciò, sciò.”

Ogni mattina la solita storia.

Quella gattina si piazzava alla porta di casa e non c’era maniera di mandarla via.

Non si sapeva di chi fosse. Sembrava ben nutrita, non aveva l’aspetto di un randagio. Non riuscendo a infilarsi in casa si acciambellava sullo zerbino fino a sera quando misteriosamente spariva. Tornava che era mattina e tutto ricominciava.

Le aveva persino dato un nome: Micia. Non molto fantasioso a dire il vero, ma non voleva animali intorno a lei e l’idea di chiamarla ‘gattaccio’, mentre la mandava via, non le piaceva.

Aveva giurato che non si sarebbe più occupata di nessun animale. Aveva sofferto troppo con quelli già avuti: un cane prima e un pappagallo poi. Li aveva amati contraccambiata come nessun umano sarebbe mai stato capace, ma alla loro morte giurò che non ne avrebbe più accuditi.

E ora si ritrovava questo batuffolo di pelo tra i piedi.

Era bianca, con il muso e la coda grigi. Arrivava con la coda dritta, quasi correndo, provando a impietosirla con qualche moina per poi mettersi al suo solito posto, senza arrendersi. Dopo qualche mese, Maria si era dovuta rassegnare a quella presenza costante.

Un giorno, la gatta raggiunse la donna sull'uscio di casa, con una chiave in bocca.

“Ma questa? Dove l’hai trovata? Avevo smesso di cercarla. È quella che apre il vecchio baule in soffitta! "

Maria fece per entrare e Micia sgattaiolò dentro casa dirigendosi verso il sottotetto come se conoscesse la strada. All’inizio delle scale si fermò a guardare se Maria la stesse seguendo.

La donna gridò alla gatta "Esci di casa!" Ma ormai era tardi, Micia era già alla porta della soffitta che aspettava solo di entrare. ”No, no, tu stai fuori. Anche se mi hai riportato la chiave non entrerai nella mia vita." La prese in braccio e la riportò in cortile.

Chiusa attentamente la porta di ingresso si diresse verso la soffitta e aprì la porta: ”Miao.”

Micia l’aveva preceduta e la stava aspettando seduta sopra il baule. L’abbaino era raggiungibile da uno spiraglio in cui Micia si era infilata senza difficoltà. Una gatta non ha problemi a sfruttare un piccolo muro di recinzione e arrampicarsi su un albero.

Maria rimase a bocca aperta. Rassegnata si apprestò ad aprire quel baule chiuso da un'eternità.

Dentro ci trovò soprattutto vecchie foto di lei bambina, dei suoi genitori, degli zii e di altri parenti, qualche piccolo oggetto di una vita ormai trascorsa da tempo. Ma un biglietto attirò la sua attenzione: non era ingiallito come il resto, piegato in quattro con poche righe scritte in un diligente corsivo. “Vai alla stazione il primo giorno del mese di maggio alle cinque precise del pomeriggio.”

Cosa avrà voluto dire quel biglietto? E poi, perché proprio alle cinque del pomeriggio? Mancava un mese e mezzo alla data indicata. Guardò il gatto che non le aveva mai tolto gli occhi di dosso e che ricambiò lo sguardo con un miagolio come per dirle “ Hai capito bene?”

Richiuse il baule e mise la chiave e il biglietto in tasca. “Tra un mese e mezzo vedremo”, penso’. Non molto convinta ad andare a quel misterioso appuntamento.

 

Alla stazione, tutti i pomeriggi alle cinque arrivava un treno.

Tanti salivano, pochi scendevano.

Fin qui nulla di strano, se non per il fatto che quel treno non compariva in nessun cartellone degli orari, nessuno sapeva da dove venisse e tanto meno dove era diretto.

Anche il capostazione non ne sapeva nulla, eppure Giorgio era praticamente cresciuto lì, se ne sarebbe accorto.

Ma ogni pomeriggio, alle cinque in punto, si sentiva lo stridio dei freni e il rumore delle porte che si aprivano. E, alle cinque e cinque, lo sbattere delle porte che si chiudevano per la partenza. Era un treno di quelli vecchi, con la locomotiva a carbone e i vagoni con gli scompartimenti, era veramente difficile non notarlo.

In paese si vociferava. Al bar in piazza, dove tutti si recavano per un caffè, non si parlava di altro. Francesco, il titolare, preso dalla curiosità, cercò più volte di raggiungere la stazione. Ma, stranamente, intorno a quell’ora il locale si affollava di gente che si trovava lì per una gita o ad aspettare i bimbi all'uscita della scuola... insomma, sembrava proprio che non ci dovesse andare.

La stessa cosa succedeva alla macelleria piuttosto che dal giornalaio: la gente raccontava di tutto. Le persone, si sa, quando non hanno basi solide di cui parlare, inventano.

E così da quel treno sarebbero scesi fate e cavalieri, marziani e tipi loschi, gente arrivata da paesi sconosciuti.

Stessa sorte capitò anche ad altri che volevano indagare: ragazzi che trovavano la gomma della bicicletta forata e non arrivavano in tempo, altri che dovevano svolgere un compito inaspettato e costretti a studiare per tutto il pomeriggio.

Pendolari che trovavano le porte chiuse e venivano allontanati dal capotreno.

Le voci si alimentavano sempre di più. Arrivarono alla stampa locale e un giornalista si appostò in stazione per intervistare chi saliva ma veniva regolarmente allontanato: "Mi scusi, perdo il treno", "Non posso fermarmi."

Quindi provò con quelli che scendevano, sembravano tutti felici, euforici, ma nessuno era disposto a rispondere alle sue domande.

Rimaneva il capotreno.

Alto, magro, divisa scura e sguardo tenebroso, non sembrava affatto un tipo socievole, provocava ansia. Ottenne solo un invito ad andarsene: “Non è il suo treno questo, torni un'altra volta.”

Qualcuno provò a scattare delle foto ma risultavano sempre sfocate: impossibile capire cosa riproducevano.

Le indagini si insabbiavano e la gente continuava a fantasticare storie.

 

 

 

 

 

 

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