Partita di poker al bar del porto con Sordo, Bubi e Fiato. 

Mi avevano spolpato. 

Avevo chiesto un ultimo giro per riemergere dalle fogne. Guardai la mia mano, un full. 

Sordo e Fiato lasciarono con delle smorfie, restò Bubi che calò una scala reale. 

«Ascolta Bubi»  dissi abbassando la mano perdente, «io non posso darti tutti quei soldi.» 

Bubi si accese una sigaretta. 

«Male Ricca’, perché giochi se sai che non c’hai la grana?»

Già, perché giocavo? 

Mia moglie mi aveva cacciato di casa per questo mio “difettino”. 

E un mese dopo essere stato sbattuto fuori avevo pure avuto un infarto. 

Bubi si consultò con gli altri due. 

«Allora Ricca’, forse abbiamo trovato una soluzione.» 

Le loro facce non mi piacquero per niente ma ora, in debito di cinquemila talleri, non potevo fare niente.

«Tu i soldi ce li devi dare e ce li darai. Ma… se fai una cosa per noi, possiamo ritardarti il pagamento.»

Mi si aprì uno spiraglio. Con più tempo i soldi si trovano sempre. 

«Faccio tutto», dissi allungando la mano verso il mio bicchiere di whiskey.

«Hai presente il cimitero dei Lupi?» proseguì lui.

Feci di sì con la testa, trangugiando tutto in un sorso. 

«Nella tomba di Umberto Vasa, un regista horror del cazzo, abbiamo nascosto qualche chiletto di bianca signora. Tu stanotte vai lì, scavalchi il muro, raggiungi la fossa del regista, scoperchi e ce la porti fuori», disse Bubi spegnendo la sigaretta.

Mi feci una bella risata.

«Che problema c’è, regaz? Consideratelo fatto!»

I tre porci si lanciarono un’occhiata rapida.

«Il problema c’è perché quella zona è sempre battuta dai trans, senza contare il via vai della madama» bofonchiò questa volta Fiato. «Proprio ieri sera hanno fatto una retata. Viados che urlavano in mezzo alla strada, clienti che fuggivano in mutande, sbirri che manganellavano a destra e a manca. Il delirio.»

«Ma che me frega? No hay problema, amigo. Lo faccio», replicai sbuffando come un mantice.

Non ci fu altro da aggiungere, così passammo al piano. I tre schifosi erano organizzatissimi. Mi descrissero il cimitero. Poi mi dettero una cartina con la tomba segnalata da una X. Infine mi misero in mano una torcia elettrica.

E ci salutammo.

Quella notte attesi il buio in un baretto vicino al camposanto. 

Ci avevo dato parecchio giù con l'alcol, ma ero in formissima. Come si può esserlo dopo un infarto. Lanciai un’occhiata di ricognizione: nessun puttano, e nemmeno l'ombra della pula. Mi recai davanti al muro di cinta. Era un cimitero moderno, di quelli asettici, con le mura a mattonelline rosse. Trovai un avvallamento del muro. Un paio di colpi di reni, e saltai dentro. Atterrai davanti alla tomba di un ragazzo. Accesi la torcia e mi fermai a leggere l’iscrizione. 

«Merda, ‘sto poraccio è morto a 20 anni!» 

Nella foto c’era lui sorridente sopra la sua moto Ninja. Un peluche sul marmo bianco aveva cucito sulla pancia la scritta “Non ti dimenticherò mai, tua Bimba”. Masticai una mezza bestemmia e mi toccai i gioielli. 

Puntai la torcia davanti a me. 

«Umberto, Umbertino, dove cazzo sei?»

Iniziai ad aggirarmi fra le tombe, cercando di orientarmi con la piantina. 

«Allora, qua dice a sinistra e poi la seconda a destra. Minchia, da fuori ‘sto mortorio sembrava più piccolo.» 

Tempo pochi minuti e mi ero già perso nel labirinto. Puntai la torcia sulle tombe alla mia destra. “MASSIMO BINDI, oncologo.” “OBERDANA MUSETTI, madre e moglie esemplare, il marito inconsolabile pose.” Spostai la torcia a sinistra. “CAPPELLA FAMIGLIA FALASCHI.” 

Un vento gelido mi entrò nel giacchetto di pelle. Rabbrividii. 

«È solo suggestione, stai calmo. La tomba del regista è nel settore 10, sono al 9. Ci siamo Riccardo, ci siamo, non fare il cagone.»

Avanzavo fra le lapidi, fendendo il buio con la bava di luce, quando un rantolo cavernoso mi paralizzò.

«Raaagh… uurrgh…»

«Che cazzo è stato?» 

Cercai invano di tranquillizzarmi. Per sicurezza me ne stetti qualche minuto infrattato in un cespuglio di sempreverdi. Niente, il silenzio aveva ripreso il sopravvento tutt’intorno. 

Per ridarmi un po’ di coraggio aumentai il ritmo, e dopo altri frenetici minuti di tombe su tombe conquistai il settore 10. Qualche sbirciata furtiva con la torcia e, alla fine, mi trovai davanti alla lapide senza foto di UMBERTO VASA, regista. Allora tirai un lungo respiro per calmare il cuore ballerino che mi esplodeva in gola. 

«Ehi, ciao Umberto, come stai? Male, mi pare.» 

Appoggiato al muretto c’era un badile lasciato da qualche operaio. Lo afferrai e feci leva con tutta la mia forza sotto la lastra di marmo. Si rialzò quel poco da permettermi di vedere il pacchetto bianco nascosto dai tre schifosi. Ci puntai dritto la torcia: sì, era proprio il “coccobello”. 

Mentre mi chinavo per raccoglierla, udii distintamente un sussurrio di voci. 

Poi, qualunque cosa fosse, mi apparve davanti. L’ombra di un uomo magrissimo che si avvicinava a passi lenti. Gli abiti consunti, la giacca impolverata, i capelli attaccati a ciocche sulla testa putrefatta. Nel buio intravidi i suoi occhi spenti che mi fissavano. 

«Raaagh… uurrgh…»

Mi chiamo Riccardo Rudas, sono un disoccupato alcolizzato e ho quarant'anni. 

Sono in un cimitero di notte a fare il corriere della droga per uno che si chiama Bubi. 

La torcia lampeggiò un secondo e poi si spense. 

Definitivamente. 

Forse per la paura, forse per il whiskey, o forse per la vergogna di essere così stronzo, svenni sbattendo con violenza la testa sullo spigolo della lapide di un regista di serie B.

L’ombra d’uomo, immobile, stette per un po’ a scrutare il mio cadavere che si liberava dell’anima, in una pozza di sangue. 

Poi si voltò e alla troupe di adolescenti nascosti tra i cespugli disse: «Ehi ragazzi, ma questo è morto sul serio!» 

Dal cespuglio uscì un ragazzetto occhialuto e brufoloso con una telecamera in mano.

«STOOOP! Ma porca puttana Valerio, quante volte ti devo ripetere che gli zombi non parlano?!» 

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