Sono in viaggio da diverse ore e adesso che sono vicino alla meta mi trovo intrappolato sulla scorrimento veloce che conduce a Matera. E’ più di un’ora che siamo fermi, una fila ininterrotta di macchine sotto il sole, un vero inferno. In lontananza si vede solo una colonna di fumo denso che il vento porta ad invadere la sede stradale, oltre la cortina non si riesce a vedere nulla. Sono esausto, il sole del sud, specie in agosto, picchia forte e restare in macchina sta diventando un incubo. Sulla mia destra, un centinaio di metri più avanti, vedo un cartello che indica una deviazione per una località che non dovrebbe trovarsi lontano da Matera, decido di tentare la sorte e uscire, forse percorrendo le vie poderali potrò raggiungere la città prima di sera. La macchina scotta e la benzina è diminuita in maniera notevole, devo tentare a tutti i costi. Finalmente sono su una stradina campestre, polverosa e stretta che s’insinua fra i campi, come un serpente sdraiato al sole. Ai lati ci sono coltivazioni di grano frammentate da rossi papaveri, all’orizzonte profili tremolanti di montagne nel riverbero della luce e del caldo. Proseguo ingoiando polvere e maledicendo il mio capo che mi ha mandato in queste lande deserte per un servizio di costume. Ad un tratto vedo un gruppo di alberi, raggruppati intorno a delle rocce, un asino legato ad un ramo se ne sta tranquillo al fresco. Quella visione di frescura sembra invitarmi, decido di fermarmi e parcheggio sotto un grosso albero fronzuto. Dopo tante ore, seduto in macchina e con quel calore, questa sosta è un toccasana. Con mia gran sorpresa, girando lo sguardo intorno, scopro che dietro un masso, leggermente più in basso, nascosta alla vista, c’è una specie di getto d’acqua, sembra una sorgente, il rigagnolo che si forma s’incanala nell’erba alta formando una specie di piccolo laghetto. Mai visione fu più stupefacente, subito mi rimbocco le maniche della camicia e cerco di scendere al livello dell’acqua. L’impresa si presenta più difficile del previsto, il luogo è scivoloso e le rocce appuntite, il leggero gorgoglio mi sprona a far presto, non resisto al richiamo e dopo alcuni scivoloni raggiungo il piccolo getto che fuoriesce dal terreno, immergo le mani e un brivido mi percorre il corpo accaldato, l’acqua è fredda, pura, bevo con le mani a coppa e mi bagno la testa, che sollievo! Una sensazione di godimento mai provato. Bagno il fazzoletto e lo metto al collo per godere del fresco il più a lungo possibile. Dopo queste operazioni, finalmente, scelgo un posto all’ombra e comincio a pensare sul da farsi. Guardo l’asino un po’ più su dove ho parcheggiato la macchina, mi guarda annoiato, con fare svogliato mastica lentamente un ciuffo d’erba. Apparterrà a qualcuno che non deve essere lontano, così decido di tornare alla macchina. Risalgo a malincuore il leggero dislivello e ad aspettarmi trovo una ragazzetta dai capelli neri, un viso grassottello con due grandi occhi lucidi che guardano con interesse la mia macchina. Appena mi vede si allontana rifugiandosi dietro l’asino che reagisce in malo modo per il disturbo, cerco di rassicurarla.

- Ciao, non aver paura, non ti nascondere, ero sceso a rinfrescarmi un po', come vedi la macchina è aperta, se vuoi puoi anche sederti dentro, vieni pure avanti, non aver timore.

Lei mi guarda titubante, ma non osa muoversi, fissa un punto alle mie spalle, mi volto e vedo avanzare verso di me una donna vestita di nero, a prima vista non sembra anziana, nonostante la sua pelle, ora che è abbastanza vicina e la posso vedere bene, è cotta dal sole, piena di rughe, i suoi occhi sono appesantiti, hanno una stanchezza che traspare da ogni sua occhiata. Viene avanti dondolando il corpo sugli zoccoli di legno che affondano nella terra, il suo corpo è in soprappeso, rotonda ma energica, ha i capelli raccolti dietro con una specie di ciambella, fa un cenno col capo alla figlia che subito corre a rifugiarsi fra le sue braccia, mi guarda con uno sguardo fra il cattivo e il minaccioso, ma scorgo più paura che altro.

 

- Buongiorno signora, mi scusi se ho procurato fastidio o paura alla bambina, non era mia intenzione, mi sono fermato solo per rinfrescarmi, ero troppo stanco e sudato, sulla strada principale non si cammina, c’è una fila infinita, vorrei approfittare della sua presenza per chiederle se può indicarmi la strada per Matera, devo essere lì prima di sera.

 

Il suo sguardo non è cambiato di una virgola, non so se ha capito quello che ho detto, non sembra abbia voglia di rispondermi, si limita ad osservarmi e a stringere la bambina, non so che altro dire. Scoraggiato mi dirigo verso la macchina per rimettermi in marcia, prima di partire vorrei solo prendere una bottiglia d’acqua per il resto del viaggio, la sete è tanta e non so quanto tempo impiegherò per raggiungere la città. Sto cercando qualcosa nel bagagliaio della macchina, quando mi sento interpellare

- Signò, la via pe Matera è questa, vai sempre diretto e arrivi, ci vorrà meno di un’ora.

Lo stupore ferma i miei movimenti, la voce ha la caratteristica inflessione dialettale del meridione, ma è ferma e sembra non aver nessun timore, mi giro verso di lei e noto che i suoi occhi sono più aperti, meno diffidenti, brillano per l’emozione, per lei è quasi un evento straordinario, la giovane liberata dalla sue braccia si avvicina timorosa e sfiora la macchina con le mani, sembra affascinata, non deve aver visto molte macchine come la mia nella sua breve vita. Ringrazio sorridendo

- Grazie per l’informazione signora, correvo il rischio di perdermi fra questi sentieri di campagna, sulla statale è tutto fermo e non so che cosa sia successo.

- È successo – mi risponde lei mostrando un leggero sorriso che le scopre dei denti bianchi e robusti, che ‘Nduccio, mio marito, dopo raccolto il grano ha dato fuoco al campo per bruciare le stoppie, prima il vento era favorevole poi ha cambiato e ha portato il fumo sulla strada, quelli si sono messi paura e si sono fermati perché non si vedeva niente. Voi se dovete andare a Matera, per questa strada ci mettete la metà del tempo, la strada nuova fa nu giro troppo lungo. Lungo la strada ci sta la casa mia, potete fermarvi, vi offrirò un bicchiere di vino, io devo venire co lu ciuccio, voi andate avanti, ci sta mio padre e mio marito, Nunzia la piccerella vorrebbe fare un giro sulla macchina vostra, può accompagnarvi e dirvi dove fermarvi, se non vi da fastidio.

- Certo che no – rispondo – mi fa piacere e poi un bicchiere di vino non si rifiuta, se risparmio tempo, sarò felice di farmi accompagnare da lei.

Faccio salire la ragazzina, avrà almeno tredici anni. Una adolescente di campagna attratta da una vettura inusuale nella sua vita. Il suo imbarazzo e palese, ma la curiosità e la sensazione di gioia nei suoi occhi è tale che dimentica le paure e si siede al mio fianco, con un brivido di piacere. Saluta con la mano la madre e parto, lentamente seguendo il sentiero. Dallo specchietto retrovisore vedo la donna sciogliere l’asino e salire in groppa, si mettono in cammino quasi nello stesso istante in cui io mi allontano dalla zona d’ombra e mi tuffo ancora una volta sotto il sole. Durante il tragitto, la ragazza è silenziosa. Sfiora con le dita tutto il cruscotto, la pelle dei sedili, non li tocca, si limita sfiorare con la punta delle dita, le sue mani non sono proprio pulite, ma lei capisce, dimostra una sensibilità inaspettata. Ora si è messa rannicchiata, con le gambe sollevate e le ginocchia, quasi all’altezza del mento, le gambe sono robuste, il vestitino a fiori a stento contiene l’esuberanza giovanile, si è alzato e si vedono le mutandine di cotone, non c’è malizia in lei, innocente come deve esserlo alla sua età, sono io, uomo di città che riesco a formulare pensieri inopportuni, mi concentro sulla guida senza guardarla. Poco dopo, lei mi fa segno di fermare vicino ad un casolare. Appena fermato dalla casa escono due uomini, un anziano e un giovane, attirati dal rumore del motore. La ragazza esce e corre verso i due e comincia a parlare velocemente, non capisco molto di quello che dice, ma il senso è che racconta l’accaduto, gesticola e ammicca dalla mia parte più volte fino a quando l’uomo anziano si avvicina e mi tende la mano.

- Grazie signore di aver fatto fare un giro a mia figlia, è molto felice, mi ha raccontato del vostro problema, ma come immagino vi abbia già detto mia moglie, in meno di un’ora sarete a Matera. Ora, se volete onorare la mia casa con la vostra presenza, vi offriremo uno spuntino. Mia moglie sta arrivando e penserà lei a preparare, io vado a prendere il vino in cantina, mio figlio andrà a prendere delle altre cose, voglio scusarmi per aver procurato disagio a tanti automobilisti, ma le stoppie si devono, la terra ha i suoi tempi e vanno rispettati. Mi spiace, ma il vento è girato all’improvviso e ha invaso la strada non ho potuto farci niente.

- Ecco mia moglie Antonia, vi lascio con lei, scusate se mi allontano.

Se ne va tirandosi su i calzoni tenuti stretti in vita con una cintura sdrucita. Porta dei grossi scarponi sporchi di terra, forse di una misura più grande del dovuto. La donna arriva e senza parlare m'indica una sedia sulla quale sedere, poi ci ripensa e ordina alla figlia di accompagnarmi alla pompa dell’acqua per farmi rinfrescare e lavare le mani. Seguo la ragazza nell’aia antistante la casa, evitando alcune galline e oche che passeggiano libere, aiutato dalla fanciulla mi dedico a qualche pulizia veloce. Torniamo in casa e troviamo il pesante tavolo di legno coperto da una tovaglia pulita apparecchiata per sei persone.

Dalla porta entra con un 'anfora di terracotta il marito, che annuncia l’arrivo del vino, e subito dietro il figlio maggiore che porta con se due cesti di frutta fresca appena colta.

Madre e figlia, intanto, portano in tavola vassoi pieni di salumi, pezzi di formaggio, una ciotola di olive condite con olio e peperoncino. La vista del cibo mi ricorda che non mangio dalla mattina presto, il mio solito caffé con cornetto riscaldato, mentre aspetto il padrone di casa che riempie i bicchieri penso a tutte le false notizie, ai luoghi comuni che molti di noi giornalisti, prevenuti, diamo in pasto alla stampa. Il tanto vituperato sud con le sue contraddizioni, il perenne malessere, il capro espiatorio di tutti i mali che infestano la nostra nazione, ancora una, sta dando dimostrazione di grande civiltà. Il fatto è che, ormai, fa comodo a tutti poter accollare ad altri i propri problemi di gran lunga più importanti e seri. L’ospitalità che ricevo in questo momento da una sconosciuta famiglia lucana dimostra che il cuore non conosce confini, io per loro sono un perfetto estraneo eppure mi accolgono come uno di casa, senza chiedere nulla, non si pongono domande né ostentano diffidenza, si offrono in tutta la loro spontaneità. Deve essere stato il mio gesto nei confronti della ragazza, facendole toccare la macchina e portandola a fare un giro. Per ricambiare mi offrono la loro casa, il loro cibo, tutta la loro umanità.

Durante il pasto, complice il vino, crollano le difese, racconto di me e del perché mi trovo da quelle parti, loro mi accennano alla vita che conducono senza fare drammi, non si lamentano, mi danno informazioni utili al mio lavoro. Li osservo e negli sguardi spuntano fra una risata e l’altra, fra una ruga e un capello bianco, tracce di felicità. Rimangono i calli alle mani e la pelle bruciata dal sole ma è il prezzo da pagare, la ragazza la immagino fra pochi anni già sposata, la sua infanzia e giovinezza racchiuse in una sola esperienza legata al lavoro, alla sopravvivenza in questa terra del sud che racchiude splendidi tesori, che conserva gelosamente umanità e tradizioni, i veri valori che danno un significato alla vita.

 

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