A Castel S. Elmo è stata allestita la mostra di Esher, girando per le sale ricordo quando ero ragazzino e la fortezza era una specie di terra di nessuno, un rudere, un luogo incustodito e abbandonato in totale disfacimento. Praticamente un paradiso per me e i miei amici. Spesso ci andavamo a giocare, salivamo le scale che dai quartieri spagnoli arrivano a San Martino e a volte, se capitava, portavamo anche le ragazze per pomiciare. La fortezza aveva due ingressi principali, entrarci era abbastanza pericoloso, alcune zone  interne non erano illuminate e un salone in particolare aveva una grossa voragine al centro da cui si vedeva il piano sottostante. Per attraversarla occorreva camminare rasente le pareti.

Un pomeriggio decidemmo di salire alla fortezza e per evitare di fare tutte le scale prendemmo la funicolare. Arrivati al Vomero ci fermammo prima nella sala giochi che conoscevamo per giocare a biliardino. Non era il classico calcio balilla con le stecche, ma una specie di soccer elettrico: a ogni calciatore, collocato ognuno in un incavo sul campo, corrispondeva un pulsante, schiacciandolo scattava una piccola leva che colpiva la pallina e la faceva  avanzare. I due portieri, invece, erano manovrati da una leva che li spostava orizzontalmente alla porta. Il gioco ci prese talmente che arrivammo alla fortezza quando era già buio. Roberto propose di tornare a casa prendendo le scale, perché senza luce non potevamo entrare. Senza riflettere molto lo sfidai a entrare da un ingresso e uscire dall’altro, munito solo dell’accendino zippo a benzina. Roberto, Carmine e Giovanni in coro dissero che era un’impresa impossibile, che ero scemo o pazzo, io invece insistevo. Alla fine scommettemmo e fui costretto a tentare l’impresa. La posta in gioco fu di sei sigarette MS ciascuno.

Tra le esortazioni a desistere degli altri mi avviai , ero sicuro di ricordare il percorso. Arrivato all’ingresso più vicino al Museo di San Martino provai un paio di volte il mio zippo, funzionava perfettamente, raccolsi anche dei fogli di giornale che trovai lungo il viale pensando di poter fare delle piccole torce per illuminare il percorso. C’era ancora un po’ di luce e feci tutta la salita senza problemi. Sopra di me alcuni pipistrelli volteggiavano. Arrivato all’ingresso feci un profondo respiro ed entrai passando sul ponte in legno e muratura. Accesi l’accendino e diedi fuoco a una torcia di carta improvvisata con i fogli di giornale raccolti. Gli occhi si erano già  abituati all’oscurità, quindi proseguii speditamente lungo la  galleria tra varchi murati e cumuli di calcinacci e raggiunsi la prima sala attraversandola senza problemi. Ben presto però il fuoco della rudimentale fiaccola si esaurì, mi fermai per arrotolare un foglio di giornale per fare la seconda torcia. L’accesi e proseguii fino alla seconda stanza dove accadde qualcosa di inaspettato: avvertii la presenza di qualcuno. Alzai la mia rudimentale fiaccola per avere una visione più ampia, ma un fascio di luce proveniente da una torcia elettrica mi investi il volto, abbagliandomi. Socchiusi istintivamente gli occhi e cercai di vedere chi mi puntava contro la luce. Intravidi un uomo di grossa corporatura che si avvicinava a me e un’altra figura in fondo alla sala, anch’egli un uomo, nell’atto di tirare su i pantaloni. Quando l’uomo con la torcia fu abbastanza vicino mi gridò  minaccioso:

<<Chi sei? Che cazzo ci fai qui>>.

<<Niente, devo passare per uscire, sto facendo una scommessa con i miei amici, ora me ne vado>>, dissi cercando di essere convincente.

<<Allora vai, fa presto, vattene>>, ringhiò lui.

Senza replicare mi avviai a passo svelto verso l’uscita, intanto la mia fiaccola si era consumata. Approfittando della luce della torcia elettrica entrai nella galleria che portava alla sala successiva.  L’accendino dava una luce sufficiente ad illuminare il percorso e con cautela proseguivo nella mia impresa.

Arrivato nella galleria che portava alla sala con il pavimento sfondato lo zippo si spense, rilasciando il tipico odore di benzina finita. Senza troppe speranze provai a riaccenderlo dopo averlo agitato un po’, si riaccese per alcuni secondi, poi più niente. Mi restava solo la luce della scintilla della pietrina di accensione. Ero oltre la metà del percorso, tornare indietro non conveniva e non volevo affrontare i due tipi, potevo solo andare avanti.  

Un click e un metro di strada, un altro click, un altro metro. Mi fermai all’ingresso della sala con il pavimento sfondato, produssi varie scintille per rendermi conto dei passi da compiere, tirai un lungo e profondo respiro e pensai quanto fosse stato terribilmente stupido avventurarmi in quella impresa, cominciai ad avanzare  lungo la parete. Per farmi coraggio canticchiavo tra me e me satisfation dei Rolling Stones. Ogni passo una scintilla, fino al corridoio successivo.

Finalmente il percorso era in discesa, segno che l’uscita era vicina. Aiutandomi con gli istanti di luce delle scintille, attraversai il tunnel e  mi diressi verso una luce laterale. A un certo punto udii le grida dei miei compagni che mi intimavano di fermarmi. Mi bloccai, cercando di capire. Ben presto mi resi conto di aver imboccato una galleria che portava a un finestrone da dove sarei potuto precipitare. Dopo un attimo di smarrimento, tornai indietro e ripresi il percorso giusto, avanzando nel buio illuminato solo dal bagliore delle scintille del mio zippo, raggiungendoli finalmente. I miei amici mi accolsero rimproverandomi con qualche scappellotto per aver voluto sottopormi a una prova inutile e pericolosa. Raccontai di come era andata e loro mi riferirono di aver visto uscire dalla fortezza due uomini ai quali avevano chiesto se avessero incontrato un ragazzo con un accendino, ma quelli, in modo sgarbato, avevano risposto di non aver visto nessuno.

Alcuni giorni dopo i miei amici, rinnovando la raccomandazione di non provarci più, mi portarono  una bustina con diciotto  sigarette  comprate sfuse, come si poteva fare allora, e le fumammo tutti insieme. 

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