Parte II

Ecco... questa parte non l'ho mai raccontata a Gabriella.

Credo però di poterlo fare adesso. Sono passati esattamente quattordici anni da quel giorno e immagino che, a questo punto, il reato sia andato in prescrizione. Almeno lo spero.

I due cani avevano iniziato a guardarmi con quell'espressione che conoscono bene tutti quelli che vivono con un cane: quella faccia a metà tra il dubbio e la compassione, come se stessero pensando:

"Ma... il nostro umano sa davvero quello che sta facendo?"

Le lingue erano ormai lunghe mezzo metro e la disidratazione stava iniziando a presentare il conto.

Va detto, però, a mia parziale discolpa, che nello zaino avevo infilato diverse borracce e almeno un paio di ciotole pieghevoli.

Oh, piano con gli sguardi accusatori.

Non sono mica un irresponsabile.

Insomma... non completamente.

A un certo punto mi fermai.

Guardai il sole.

Guardai Briciola.

Guardai Poldo.

Guardai l'orologio.

E soprattutto iniziai a immaginare la scena del rientro a casa.

"Gabriella... ecco... vedi... tecnicamente i cani stanno bene... diciamo che hanno solo rischiato un leggerissimo colpo di calore perché tuo marito ha deciso di attraversare il Sahara convinto di essere ancora nel bosco di Manziana..."

No.

Non avrebbe funzionato.

In quel preciso istante capii che, se fosse successo anche solo qualcosa a uno dei due, l'unica soluzione sarebbe stata chiedere immediatamente asilo politico in qualche remoto Paese tropicale, possibilmente uno di quelli che non hanno accordi di estradizione con l'Italia.

Guardai il sentiero con una pesante aria di commiserazione e gli dissi soltanto:

«Va bene... hai vinto tu. Per stavolta. Non ho né il tempo né la voglia di affrontare un divorzio. E, soprattutto, non ho nemmeno i soldi per farlo. È decisamente il caso di riportare a casa i cani. Vivi, possibilmente.»

Girai i tacchi e iniziai il viaggio di ritorno.

Solo allora mi resi conto del piccolo dettaglio che avevo completamente ignorato.

L'andata era stata tutta in discesa.

Il ritorno, inevitabilmente, tutto in salita.

E quegli alberi... accidenti se sembravano lontani. Continuavo a fissarli sperando che si decidessero ad avvicinarsi da soli, ma evidentemente gli alberi hanno un pessimo carattere e preferiscono rimanere dove sono.

Fu in quel momento che iniziai davvero a preoccuparmi.

Soprattutto per Briciola.

Era evidente che stesse soffrendo. Respirava affannosamente, aveva la lingua completamente fuori e il caldo la stava mettendo a durissima prova.

E qui devo aprire una parentesi.

Per Gabriella Briciola non era semplicemente un cane.

Era il cane.

Lo so che chi ama gli animali dirà che non si fanno classifiche, che sono tutti uguali. Sì, certo... in teoria. Poi nella pratica succede sempre che uno ti entri dentro in un modo diverso dagli altri.

E Briciola era quel cane.

Se le fosse successo qualcosa per colpa di una mia sciocchezza non me lo sarei mai perdonato.

Mai.

Quando finalmente tornammo sotto gli alberi sembrò andare un po' meglio.

Poco dopo ricomparve il Mignone, come un vecchio amico arrivato nel momento giusto.

Feci fare ai cani praticamente un altro bagno completo. Io mi rinfrescai alla meglio, riempii le ciotole, bevemmo tutti e tre e rimanemmo a riposare per parecchi minuti all'ombra di quelle querce gigantesche.

Sembrava quasi che il bosco ci stesse dicendo:

"Va bene, avete capito la lezione. Adesso respirate."

Ogni tanto arrivava qualche SMS di Gabriella.

Erano ancora gli anni in cui WhatsApp non esisteva.

«Come va? State attenti al sole.»

Pochi minuti dopo.

«Non ti sembra il caso di tornare indietro?»

Che, tradotto dal Gabriellese corrente, significava più o meno:

"Imbecille... ti dispiacerebbe riportare a casa i MIEI cani?"

La risposta sincera sarebbe stata:

"Guarda, amore, ci sto provando. Il problema è che la montagna insiste a salire."

Ma ero abbastanza intelligente da capire che, scrivendo una cosa del genere, nel giro di un'ora mi sarei ritrovato sul posto i Vigili del Fuoco, il Soccorso Alpino, i Carabinieri Forestali e probabilmente anche un elicottero.

Naturalmente sarebbero venuti a salvare i cani.

Di me, onestamente, si sarebbero occupati dopo.

Così continuavo a rispondere con le classiche bugie bianche dei mariti.

«Tutto bene.»

«Tra poco torniamo.»

Procedevamo lentissimi.

Dieci minuti di cammino.

Cinque di sosta.

Ancora qualche metro.

Ancora acqua.

Ancora un'altra pausa.

Poi, quando ormai la macchina sembrava davvero vicina, accadde quello che temevo.

Briciola si fermò.

Mi guardò.

E si sdraiò lentamente per terra.

Fu in quell'istante che capii che la passeggiata era finita.

E che stava per cominciare la paura vera.

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