Accennai a una rivista che possedevo, e fu allora che lei tese la mano. Non so se lo fece consapevolmente o per semplice continuità del discorso. So soltanto che io la presi.

Fu un gesto breve, naturale, e proprio per questo decisivo.

In quella stretta vi era una promessa, o almeno così mi parve: un viaggio futuro, forse qualcosa di più, una possibilità che si presentava senza passaggi intermedi. Io, che ero abituato a costruire lentamente ogni decisione, mi trovai improvvisamente davanti a qualcosa di già compiuto.

Non fu il gesto in sé a trasformarmi, ma ciò che aprì.

Da quel momento, ogni cosa cominciò a muoversi con una rapidità che non mi apparteneva. Felice stessa sembrava sottrarsi a ogni tentativo di fissazione. Ricordo ancora la sua rapidità nel muoversi tra le stanze: spariva un istante con le pantofole della signora Brod e riappariva subito dopo con gli stivali, come se il passaggio da una condizione all’altra non comportasse alcuna distanza.

Io invece registravo tutto, con una precisione quasi ossessiva. Il suo braccio sinistro, forte nonostante i racconti di un’infanzia segnata dalla violenza; il suo modo diretto di parlare; la naturalezza con cui si inseriva in ogni situazione. Ogni dettaglio mi colpiva, ma nessuno bastava a definirla.

Felice non si lasciava contenere.

E forse proprio per questo la sua presenza mi destabilizzava così profondamente. Nella casa di Max, tra le fotografie, le conversazioni e l’attenzione benevola di chi ci circondava, avvertii per la prima volta che il mio mondo si stava allargando, ma non nella direzione che avevo previsto.

Avrei voluto trattenere quella serata, prolungarla indefinitamente, come se fosse possibile fermare il momento in cui tutto è ancora aperto. Ma già allora tutto si muoveva troppo in fretta.

Anche il mattino seguente mi lasciò un’impressione che allora non compresi del tutto. Sapere che lei sarebbe partita e vederla ancora a letto, senza aver preparato nulla, mentre io ero rimasto sveglio fino a notte inoltrata, inquieto e preoccupato, rese evidente una distanza che non dipendeva da circostanze esterne.

Lei abitava il tempo con naturalezza.

Io lo inseguivo.

Se torno ancora più indietro, trovo il punto in cui tutto ha cominciato a incrinarsi, anche se in modo quasi impercettibile.

Il nome.

Scrivere “Felice Bauer” mi apparve improvvisamente difficile, non per la forma, ma per ciò che implicava. Come se nel momento stesso in cui lo tracciavo sulla carta stessi oltrepassando qualcosa che non avrebbe più potuto essere richiuso. Annotai questo imbarazzo nel diario, senza comprenderne la portata.

Ora so che era già il segno di ciò che stava accadendo.

Il giorno precedente avevo ordinato le Meditazioni, cercando di dar loro una forma definitiva. Eppure, già allora, avevo il sospetto che qualcosa vi si fosse infiltrato. Attribuii questa impressione all’influsso di lei, incontrata da poco, come se la sua presenza avesse potuto insinuarsi tra le frasi senza che me ne accorgessi.

Il giorno seguente scrissi a Max, chiedendogli di controllare il manoscritto. Avevo bisogno di uno sguardo esterno, di qualcuno che potesse vedere ciò che a me stava sfuggendo.

Non era il testo ad essere cambiato.

Ero io.

Ora posso dirlo senza esitazione: non ho mai scritto per avvicinarmi a lei. Ho scritto per restare nel punto in cui il suo nome mi aveva condotto, in quel passaggio che non appartiene né alla realtà né alla sua rappresentazione.

Felice non è stata per me una meta, né una presenza stabile, né un destino condiviso.

È stata una soglia.

E io, ormai, vivo dall’altra parte.

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