Clèone sapeva che Arianna mentiva. E sapeva anche che lei sapeva di essere scoperta. Eppure continuava, mescolando il vero al falso con sfacciata sicurezza.

«Era la settima ora», ripeteva ostinata. «Ero alla stoà, tra i rotoli e i filosofi.»
Ma non alla settima ora.

Clèone lo sapeva da fonte sicura: “Ti dico che ti hanno vista.”

L’aveva tradito.

Lei continuava a negare.

La rabbia cominciò a crescergli come un fuoco impetuoso ed inestinguibile.
Sentiva le braccia rigide, i muscoli tesi come corde di una lira.
Era come incatenato, prigioniero da pensieri che non aveva mai, fino a quel giorno, ospitato nella sua mente.

Poi all’improvviso qualcosa cedette.

Clèone si mosse.

Un gesto rapido, cieco, inevitabile. Le sue mani trovarono il corpo di lei prima ancora che il pensiero riuscisse a fermarle. Un attimo soltanto e la voce di Arianna si spense.

Clèone rimase immobile, le braccia ancora tese, il cuore che martellava ancora veloce. Poi, lentamente, lasciò andare. Il corpo di lei scivolò a terra, senza più parola, senza più difesa.

E di nuovo accadde qualcosa di inatteso.

Il fuoco si spense.

Sentì il peso dissolversi. Il respiro tornò profondo. L’aria gli riempì i polmoni come non accadeva da ore o forse da una vita intera.

Fu come emergere dall’ombra dell’Ade.
Come riaprire gli occhi dopo un sogno oscuro.

L’anima gli parve purificata.

Era libero.
Adesso sì.

Si voltò verso l’orologio d’acqua sotto il portico. Il filo sottile del tempo continuava a scorrere indifferente.

Clèone lo fissò.

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