Storto era un tipo freddo. Per questo, d’estate, ce lo tenevamo accanto.
Suo padre, negli anni ’60, aveva lasciato il paese andandosene al Nord, da dove, ogni anno, riportava questo strano figlio dagli occhi grigi e freddi come certe albe a novembre.
Lo chiamavamo Storto perché aveva un sorriso sghembo che sembrava disegnargli una cicatrice sul viso pallido. Pur non essendo velocissimo, era imbattibile nel contropiede e, quando si giocava a dama o a Monopoli non c’era modo di vincerlo. Gli piaceva nuotare e penso che fosse contento di trascorrere le vacanze da sua nonna, in una vecchia casa accanto all’ansa del fiume e vicino a una rupe, dove, anche d’estate, si formava sempre un po’ di nebbia al mattino, come un ricordo dell’inverno trascorso o un presagio di quelli a venire.
Quando urlavamo e schiamazzavamo, tuffandoci dalla rupe fino a farci maledire dai contadini che pisolavano sotto il sole d’agosto, lui stava zitto, nuotando con lunghe, eleganti bracciate nell’acqua gelida, come se l’estate non lo scaldasse e il fiume non lo facesse rabbrividire. Quando rubavamo le susine dal podere del Gori, lui faceva da palo, lanciando un lungo, sibilante fischio molto prima che il vecchio apparisse dalla curva. Quando sciamavamo tra le strade del paese, la sua bici pareva accarezzare i ciottoli della piazza, mentre le nostre cigolavano e sferragliavano come treni in corsa su binari sgangherati. Quando si cantava e si rideva al fuoco dei falò, la sua voce non si sentiva, come se Storto si limitasse a muovere le labbra nella luce incerta delle fiamme.
Non ricordo di averlo mai visto con un ginocchio sbucciato, o un pantalone strappato, o una macchia sulle magliette chiare che indossava.
Lo invidiavamo, per questo e, segretamente, lo temevamo, ma ce lo tenevamo accanto, un po’ come certi vecchi del paese, quando andavano nei campi, usavano portarsi dietro un coltello o un bastone.
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