Il giorno in cui nacqui fu un giorno strano: un addio e un inizio si sfiorarono senza guardarsi negli occhi. Solo ventiquattro ore prima moriva mia nonna. Così, mentre mio padre la piangeva al funerale, io venivo al mondo.

Quando finalmente arrivò in ospedale, dopo quella giornata irreale, trovò in me un conforto inatteso: un dono, un contrappeso al dolore. Fu proprio per questo che, fin da subito, sentì il bisogno di dare al mio compleanno un significato speciale, mentre i compleanni dei miei fratelli, invece, venivano spesso dimenticati.

Ai miei compleanni, mio padre trasformava tutto in un piccolo spettacolo di quartiere. Invitava amici da ogni angolo, e la casa si riempiva di voci e risate. Le feste avevano un’energia tutta loro, semplice e travolgente, fatta di calore, di balli improvvisati e di quella sua gioia contagiosa che riusciva a far sentire tutti parte della famiglia.

Ai miei compleanni la musica del sud dominava la scena, e sembrava fatta apposta per quella festa un po’ sgangherata e sincera. Gli invitati, quasi tutti meridionali, avevano volti segnati dalla fatica e negli occhi storie più grandi di loro. Non c’era da meravigliarsi se tra gli invitati si mescolava anche qualcuno che non era proprio uno stinco di santo; infatti, anni dopo, guardando il telegiornale, scoprii che uno di loro era a capo di una banda specializzata in tunnel sotterranei. Ricordo lo stupore davanti allo schermo… e, in modo del tutto assurdo, una piccola fiammella d’orgoglio infantile si accese.

A ogni mio compleanno, verso la fine della festa, gli amici di mio padre – gente concreta, senza troppe smancerie – mi infilavano in tasca venti o trentamila lire con una pacca sulla spalla e un “Auguri, comprati un bel gelato!”. Alla fine mi ritrovavo con un bel mucchietto di soldi, tutti spiegazzati. Ero felice.

“Papà, papà! Guarda quanti soldi!”, gli dicevo emozionato. E lui, sorridendo: “Ah, bravo piccolo mio… vieni qua, che papà ti fa una bella magia”. Poi, con un gesto veloce, li faceva sparire nella tasca dei pantaloni. E non li vedevo più.

Che bravo mago, mio padre. Ogni anno ripeteva lo stesso trucco. All’inizio mi incantava. Poi smise di divertirmi. Così, un anno, dissi agli invitati di non portare soldi: “Meglio un gioco… che sparisce solo quando lo riponi nel cassetto, e non quando finisce nelle tasche di papà.”

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