Si rivolse al proprio nemico, armato fino ai denti. Quello era rimasto prigioniero in un'azione militare e mentre mangiava quel pezzo di pane duro che gli avevano rifilato come cena, pensava a come il gelo degli uomini fosse  così violento in tempo di guerra da far perdere ai soldati, giovani violentati dall' evento bellico, ogni aspetto d'umanità. Egli guardava quel cedro del Libano, che fiorisce nelle gelate. Fiorire nelle gelate vuol dire avere la speranza che gli uomini possano capire un giorno che la guerra è sempre una sconfitta del dialogo e il trionfo della sopraffazione in nome di una superiorità che non esiste, ma è solo categoria inventata dall'odio umano. Fiorire nelle gelate vuol dire essere ancora in tempo di cambiare il mondo e trasformarlo in un eden e non in un deserto d'amore. Fiorire nelle gelate vuol dire anche soffrire, aprirsi in un tempo di offesa per comprendere che il perdono può aprire squarci nel cielo, convincendosi che il sole può apparire da un momento all'altro.
Vide allora negli occhi del nemico la sua stessa umanità. Si vergognò di essere ancora armato, di aver sperimentato ordigni sempre più sofisticati, di eseguire ordini di morte e non riuscire più a pensare.

Già, perché il militare non può pensare. Deve eseguire gli ordini, solo gli ordini senza discutere.

Allora, seduto in un angolo sotto il cedro del Libano, cominciò a smontare le sue armi, una per una, e si mise a pregare. Dio mio, Dio mio, il tuo silenzio mi ha parlato! Con i pezzi di ferro che ormai non facevano più paura, costruì un paletto e appese la bandiera della pace. Scavò una buca dove seppellire i pezzi del suo fucile, della sua pistola. Fece come gli indiani dell'Ottocento. Seppellì le armi perché potesse tornare il tempo di pace. E vide il cedro del Libano fiorire ancora di più e i mandarini aprirsi ad una primavera dove la libertà e la pace danzavano felici nel campo di concentramento di Beirut.

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