Mi è stato chiesto di scrivere una specie di stradario del paese in cui vivo. Ma non uno stradario normale, con le vie, i viali, le strade provinciali e gli incroci, bensì uno stradario fantastico, frutto della mia immaginazione, in cui le vie sono intitolate però a personaggi reali che ho incontrato nella mia vita.

Mi è venuto così da guardare il paese come se fossi Gulliver a Lilliput: Concordia sulla Secchia trasformata in una specie di modellino, con le case in miniatura e le strade che si incrociano sotto di me.

Abito dopo il ponte verso Novi, in una frazione di Concordia che si chiama San Giovanni. La via di fronte a casa mia, proprio dall’altra parte della strada provinciale, l’ho intitolata Via Raparina. In fondo alla via abitava infatti una vecchietta ultrasettantenne, nonna di un’amica di mia sorella. Mi ricordo che andava a domicilio e che, con un po’ d’olio, faceva massaggi per rimettere a posto qualche storta o alleviare qualche infreddatura al collo. Noi ragazzini la prendevamo un po’ in giro, cantando una nenia quando la incontravamo per strada, sempre chiusa in quello che sembrava un lutto eterno:

«Rapa, rapa… la raparina!».

Era uno scherzo e lei lo sapeva, ma sembrava non prendersela troppo. Non ho mai saputo quale fosse il suo vero nome. Quell’appellativo, quel soprannome così strano e probabilmente frutto del dialetto, è però rimasto per sempre appiccicato a lei. Quando è morta, una ventina di anni fa, ci rimasi male, perché non avrei mai pensato che potesse lasciare questo mondo.

Nello stesso viale abitava, e abita tuttora, Mauro, un mio amico d’infanzia e di adolescenza. Purtroppo è nato con qualche problema, o almeno così è stato diagnosticato dai medici, ma ho il sospetto che quella diagnosi sia stata una copertura che lui ha portato avanti per tutta la vita per ottenere la pensione d’invalidità. A me è sempre sembrato uno che ragiona bene, anzi, molto meglio di tanti altri. Insomma, la via diventa, in una sorta di ex aequo, Viale Raparina-Mauro. 

La mia casa si trova all’angolo tra la provinciale per Novi e il viale, che termina contro la campagna. Al di là dei campi si vedono i muri del cimitero di San Giovanni. Prima della fine del viale, l’ultima casa a sinistra è quella dei «Toss». Ancora oggi mi chiedo quale sia il significato di quell’appellativo.

Da bambini, io, mia sorella, il mio omonimo Andrea e gli altri ragazzi del viale avevamo costruito una specie di capanna con pali e teli di plastica, sotto un albero. Avevamo realizzato anche una sorta di torretta con delle assi di legno, una specie di piano rialzato da cui osservare i nemici che avrebbero potuto attaccarci dalla campagna. Tra l’altro, da lì vedevamo una casa disabitata di proprietà del dentista Bologna, regno incontrastato di topi e chissà quali altre mostruosità. Un giorno decidemmo di visitarla: era la casa degli orrori.

Molto più tardi, leggendo «Il corpo» di Stephen King e alcuni capitoli terrificanti di It, mi è tornata in mente quella capanna sull’albero costruita da noi ragazzi. Ho pensato allora che avrei potuto intitolare quella strada Viale Castle Rock, come la cittadina immaginaria che compare in molti racconti di King.

Ma dubito che tutti sappiano che cos’è Castle Rock o siano dei kingofili. Così ho pensato di intitolarla semplicemente Viale Stefano Re, dedicandola non soltanto al più grande scrittore horror, ma anche, al di là di questa definizione, a uno dei più grandi scrittori tout court. In italiano, poi, il nome funziona lo stesso. E se qualcuno si chiederà chi sia mai questo re, tanto meglio: magari riuscirò a suscitare un po’ di curiosità e a spingere qualcuno a leggere i suoi racconti. Chissà.

A San Giovanni, prima di salire sul ponte, sulla sinistra c’è una via. Lì abitava la mia professoressa di matematica e scienze naturali delle medie, Anna Uguzzoni. Era anche una focolarina e a casa sua teneva delle lezioni di catechismo.

Mi ricordo che una volta, in classe, mentre spiegava Darwin, le chiesi con tutta l’ingenuità possibile:

«Ma come è possibile mettere insieme Darwin e Dio creatore?».

Lei non si scompose e mi rispose più o meno come, negli anni, mi hanno risposto in tanti:

«Semplice. Chi ha creato tutto è stato Dio. Ha dato il là, il fiat, e poi è venuta la selezione darwiniana».

Quel viale lo intitolerei a lei: Via Cesulara, che in italiano significa di una donna che è fanatica della chiesa. Se il nome può apparire leggermente dispregiativo, è voluto. Anzi, forse è un omaggio: un modo per ricordare una persona che riusciva a mettere assieme Dio e Darwin senza grandi problemi.

Se penso a Concordia vera e propria, mi viene in mente la vecchia scuola elementare Gasparini, rasa al suolo dopo il terremoto del 2012. La motivazione ufficiale era legata ai danni subiti durante il sisma, ma a me non ha mai convinto del tutto. Secondo me l’hanno buttata giù per altri motivi: al suo posto hanno realizzato un enorme parcheggio per le auto, dove però ancora oggi mi capita di vedere pochissime macchine.

Quando penso alla scuola, però, mi torna in mente soprattutto un ricordo di quando avevo sei o sette anni. Al di là della recinzione passava spesso un tipo molto strano, grosso e forse anche un po’ avvinazzato. Era sporco e unto, almeno così è rimasta nella mia memoria la sua immagine. Lo chiamavamo «Al Cester». Era una specie di botte ambulante: grasso, tarchiato, ma con una faccia che oggi potrei definire bonaria.

Ricordo il suo viso al di là della recinzione della scuola, con due occhi dolci, mentre ci allungava una manona per regalarci delle caramelle.

Negli anni Settanta non esisteva tutto l’allarme che esiste oggi intorno ai pedofili. Un gesto del genere sarebbe probabilmente sembrato a tutti semplicemente un atto di cortesia, come certamente era. Nessuno avrebbe pensato che potesse esserci dietro il tentativo di conquistarsi la fiducia di un bambino per altri fini.

Ebbene, quella strada, dove Al Cester si fermava per allungarci le caramelle, la intitolerei a lui: Via Al Cester. Chissà se, da dovunque si trovi, avrebbe mai pensato che un bambino, e forse soltanto quello, lo avrebbe ricordato ancora dopo quasi cinquant’anni.

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