A Sokołów, piccolo villaggio della Polonia centrale, il bosco cominciava appena oltre il vecchio mulino. D’inverno tutti ci andavano malvolentieri: i pini fitti creavano un buio impenetrabile anche di giorno e il terreno diventava fango gelato. Ai bambini era vietato spingersi fin là; gli adulti vi entravano soltanto quando avevano bisogno di legna. 

A Sokołów il male aveva molti nomi, ma il più usato era Satana. E tutti erano convinti che la sua dimora si trovasse proprio in quel bosco.

Da trentun anni il rabbino Menachem Lipszyc predicava nella piccola sinagoga di Sokołów. Nei suoi sermoni parlava di peccato, tentazione e Diavolo. Spiegava che il male aveva sempre un volto: il nostro, quando ci lasciavamo andare all’ira contro la moglie o i figli.

Predicava che il male era dentro sé stessi e non in quel bosco.

Poi, una mattina di dicembre, trovarono Yossele.

Aveva nove anni. Il pomeriggio precedente era uscito per andare dalla zia, dall’altra parte del paese, ma non era mai arrivato. Lo trovarono al margine del bosco, a poche decine di metri dal mulino. La neve aveva ricoperto ogni cosa, lasciando scoperto soltanto il corpo. Quando Menachem raggiunse il luogo, una piccola folla si era già raccolta intorno al bambino. Yossele fissava il cielo, le labbra viola. Sul collo aveva una macchia scura. 

«L'hanno strangolato», disse qualcuno.

Un uomo indicò il sentiero.

«Ieri sera ho visto Marek da queste parti», affermò un altro.

Marek viveva solo, all’estrema periferia del villaggio, in una baracca di legno. Se ne stava ai margini perché era diverso e tutti preferivano tenersene alla larga. Aveva poco più di quarant’anni e una malattia infantile gli aveva lasciato gravi menomazioni mentali. Parlava poco e passava ore nel bosco, le mani dietro la schiena e un berretto di lana liso calato sulle orecchie. I bambini del paese lo tormentavano spesso. Anche Yossele e il suo compagno di banco Yankel lo prendevano di mira: il loro gioco preferito era rincorrerlo fino al margine del bosco, per poi raccontarsi di essere stati coraggiosi. 

«A che ora l'hai visto?» chiese Menachem.

«Dopo il tramonto.»

«Dove?»

«Nel bosco.»

«Era solo?»

L'uomo annuì.

«Che cosa faceva?»

«Camminava.»

Verso sera la sinagoga era gremita di uomini con i cappotti ancora gelati e i volti rossi di rabbia. Nelle prime file il fabbro faceva scorrere un cappio di canapa tra le dita ruvide, attirando gli sguardi degli altri. Pensavano tutti alla vendetta. Il fabbro parlava a nome di tutti: avrebbero diviso il bosco in tre squadre, trovato Marek prima dell’alba e consegnato l’uomo alla polizia. 

«Lo lincerete… ecco cosa volete fare!!», disse Menachem.

«Faremo giustizia.»

Il rabbino salì sul pulpito e alzò le mani.

«Lo hanno visto nel bosco, tutto qui… non dimostra nulla... Aspettate!!!»

«Aspettare cosa?»

Il fabbro sputò per terra e uscì.

Quando gli uomini sfondarono la porta della baracca di Marek, trovarono la stufa ancora tiepida e la coperta del letto per terra.

«È scappato», gridò qualcuno.

«Sa di essere colpevole», disse un altro.

Le torce si dispersero nel bosco, una dopo l’altra, inghiottite dal buio. 

Menachem pensava che Marek fosse innocente. Lo conosceva e sapeva che non avrebbe mai commesso un delitto di quella infamia. Prese una lanterna e tornò nel punto in cui era stato ritrovato il corpo di Yossele. Il disgelo faceva gocciolare i rami e lasciava affiorare il terreno nero, che odorava di foglie marce e resina. Il vento tra i pini produceva un basso lamento. A pochi passi dal luogo del ritrovamento, dentro un cespuglio di rovi, qualcosa brillò di rosso alla luce della lanterna. 

Era un fazzoletto di lana grossa. Nella stoffa vide le iniziali di un nome e cognome. Menachem lo riconobbe: Yankel, il figlio della vedova e compagno di banco di Yossele, portava quel fazzoletto al collo ogni giorno.

Attraversò il paese quasi di corsa. Yankel sedeva sul letto con i calzoni rattoppati e le ginocchia sbucciate. Quando vide il rabbino abbassò gli occhi. Menachem posò il fazzoletto sul tavolo.

«L'hai perso nel bosco?»

Il bambino tacque.

«Ti ho fatto una domanda.»

Yankel scoppiò a piangere. La madre esclamò:

«Che cosa gli sta facendo?»

«Gli ho solo chiesto se questo fazzoletto è suo.»

Dopo un lungo silenzio Yankel sussurrò:

«Volevo solo giocare.»

Menachem si sedette.

«Che cosa è successo?»

«Stavamo giocando.»

«Tu e Yossele?»

Il bambino annuì.

«Nel bosco?»

«Giocavamo a chi resisteva di più senza respirare. Io tenevo le mani sul collo di Yossele, per gioco.» Si asciugò il naso con la manica. «Ho stretto troppo. A un certo punto è rimasto immobile... Volevo solo giocare.»

La madre indietreggiò di un passo e si coprì la bocca.

«Poi sono scappato», disse Yankel, «ma prima ho visto Marek che arrivava. Ha guardato Yossele, ha guardato me, poi se n'è andato.»

Menachem si alzò di scatto.

«Forse faccio ancora in tempo», disse, e si buttò come una furia verso il bosco.

Il gelo gli tagliava il respiro, le gambe affondavano nella neve e la lanterna oscillava, disegnando ghirigori sulla neve. Da lontano gli giunsero delle voci, poi un urlo. Infine, il silenzio. 

Arrivò alla radura vicino al mulino con i polmoni in fiamme. Le torce erano scomparse; sulla neve restavano le impronte dei stivali degli uomini. 

Marek pendeva da un ramo alto di una betulla. Il berretto di lana giaceva ai suoi piedi.

Menachem lasciò cadere la lanterna. La fiamma si spense nella neve con un sibilo.

Tese le mani verso il corpo, poi le ritrasse, tremanti. Cominciò a gridare. Gridò verso le case lontane del paese, verso i pini neri, verso il cielo scuro, con la voce spezzata di un uomo che per tutta la vita aveva parlato del male e che ora se lo trovava davanti.

«Satana si è impossessato del villaggio! Satana è qui! Ha preso tutti voi!», gridò verso il villaggio.

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