La nebbia delle prime ore del mattino gravava su Porta Tosa come un sudario umido e grigio. L'umidità penetrava attraverso le cuciture dei miei vestiti, bagnandomi la pelle e rendendo ogni respiro pesante. Guardai la strada sterrata che si perdeva tra i pioppi spogli e per un istante mi arrestai. Il silenzio era rotto soltanto dal gocciolare monotono dell'acqua dai rami e dal rumore dei miei passi sul fango. Pensai alla mia cattedra all'università, alla calda tranquillità della mia biblioteca, alle lezioni di anatomia condotte con ordine e rigore scientifico. Cosa ci facevo lì, a calpestare la melma verso una cascina isolata? Infilai la mano nella tasca interna del palandrano e sfiorai i margini della lettera di Luca. Quel foglio mi bruciava contro il petto come un marchio. Non avevo scelta: qualcosa di tremendo si stava consumando nell'ombra, e l'amicizia che ci aveva legati mi imponeva di andare fino in fondo.

Mentre affrettavo il passo verso la cascina, i ricordi si affollarono nella mia mente. Luca era sempre stato uno studente geniale, il più brillante della nostra facoltà, ma la sua mente non si accontentava dei confini della medicina tradizionale. Ricordavo le sere passate a discutere nel mio studio, quando mi parlava degli esperimenti di Galvani e delle discussioni che avevano acceso i gabinetti scientifici di Milano. La contrazione della rana sottoposta all'elettricità aveva aperto una domanda che molti consideravano ancora irrisolta: se la corrente poteva restituire movimento a un muscolo morto, dove finiva il fenomeno elettrico e dove cominciava la vita? Nelle sale dell'Università e nei gabinetti dei naturalisti se ne discuteva con entusiasmo; Luca, però, aveva smesso di considerare quella domanda un problema teorico.

Diceva che il corpo umano era soltanto un accumulatore imperfetto e che, se una scarica poteva far contrarre i muscoli di una rana morta, forse una corrente abbastanza potente avrebbe potuto riattivare un organismo complesso. Allora sorridevo di quelle che consideravo ardite speculazioni, ma ora temevo che avesse varcato il confine tra la ricerca e la profanazione.

Prima di trovare il coraggio di spingere la porta del laboratorio, una figura si staccò dall'ombra del porticato e intercettò i miei passi. Era Chiara, la sorella di Luca. Il viso era segnato da solchi sbiaditi di lacrime e le labbra le tremavano per il freddo. Mi afferrò le maniche del mantello con una stretta disperata e mi disse con voce soffocata: «Arturo! Vi prego... ditemi che siete venuto per portarlo via! È perduto! Da settimane non torna a casa, passa ogni notte chiuso qua dentro, tra rumori orribili, odore di carne bruciata e lampi di elettricità. Sta facendo qualcosa di abominevole. Mio fratello non è più un uomo!»

Le strinsi le mani per infonderle calore, le dissi di rimanere dietro di me e spinsi la porta del casolare.

L'aria all'interno odorava di rame, ossido e grasso di macchinari. Luca era di spalle, intento a stringere un morsetto di ottone con le mani tremanti. Gli chiesi di fermarsi e di riflettere, gridandogli che la sua non era più scienza, ma follia. Egli si voltò di scatto, con i capelli scarmigliati sulla fronte pallida e le pupille così dilatate da sembrare prive di iride.

Mi rispose con un sorriso privo di calore e mi chiese se la mia fosse codardia. Era orgoglioso del fatto che, mentre noi ci accontentavamo di sezionare la carne morta per catalogarne le rovine, lui stesse per ricostruire il soffio vitale con una macchina destinata a sfidare la morte. Cercai ancora di farlo ragionare. Gli dissi che la ragione lo aveva abbandonato, ma lui gridò che la ragione era il limite dei deboli e afferrò una pesante leva metallica.

All'improvviso Luca balzò in avanti e afferrò Chiara per le spalle, spingendola brutalmente contro la parete. La ragazza emise un grido soffocato e batté la testa contro i mattoni. A quella vista ogni mia esitazione svanì. Afferrai una pesante asta di ferro battuto poggiata accanto al focolare spento e mi gettai con tutto il peso del corpo contro l'impalcatura dell'apparato.

Il primo colpo si abbatté sulle grandi pile voltaiche. Il vetro dei contenitori si frantumò, liberando un odore acido che mi bruciò le narici. Luca urlò cercando di fermarmi, ma ignorai le sue grida. Sollevai di nuovo l'asta e la abbattei sui giunti di rame, spezzando i cavi sospesi. Scintille azzurrastre schizzarono ovunque e incendiarono la paglia sparsa sul pavimento, mentre continuavo a sfasciare valvole e raccordi di vetro.

Un boato sordo scosse le pareti e l'apparato esplose in una fiammata azzurra e violenta che si propagò alle travi di legno secco. Luca, cieco al pericolo e urlando per i suoi appunti e la sua creatura, si gettò tra le fiamme cercando a mani nude di salvare i fogli e gli strumenti. Gli urlai di venire via, ma non mi ascoltava più. Non c'era tempo. Afferrai Chiara, quasi svenuta per il fumo, e la trascinai verso l'esterno.

Varcammo la soglia un secondo prima che un boato assordante scuotesse la terra e il tetto della cascina cedesse, crollando verso l'interno in una pioggia di macerie e fuoco. Luca rimase sepolto là sotto insieme alla sua macchina.

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