«Un caffè all’americana, tazza grande e acqua calda a parte. Mi sposto in quel tavolino in fondo sulla destra».

 

Roberto era arrivato con largo anticipo. L’appuntamento era per le 15:30, ma lui voleva controllare bene la situazione. Il Bistrot Centrale della stazione di Milano era affollatissimo: gente di ogni provenienza, un viavai continuo di valigie e passi frettolosi.

 

Lui indossava gli occhiali scuri e teneva la mano destra in tasca, stringendo un vistoso anello di smalto nero. Sarebbe stato il suo segno di riconoscimento. Non sapeva nulla del suo contatto; al Consolato erano stati telegrafici: 

«Appuntamento alle 15:30 al Bistrot Centrale. Qualcuno ti riconoscerà con questo anello che porterai sull’indice della mano destra. Ti consegnerà una busta e sparirà senza dire una parola. È della massima importanza che la valigetta sia qui nel più breve tempo possibile: sicurezza nazionale».

 

Erano le 15:15. Roberto scrutava ogni avventore. Sarà un uomo giovane o vecchio? Ben vestito o camuffato da straccione? O magari una Mata Hari fascinosa? Cercava con gli occhi in ogni angolo, catalogando i volti che entravano nel bar.

 

Ore 15:25. Con fare indifferente, infilò l’anello all’indice. Iniziò a guardarsi in giro, protetto dalle lenti scure, attento a muovere solo gli occhi e non la testa. Aveva comprato un quotidiano per dissimulare l’attesa. Arriverà, devo stare tranquillo, si ripeteva.

 

Le 15:30 passarono da un paio di minuti. Niente. Nessuno si avvicinava al tavolo. Roberto iniziò ad agitarsi sulla sedia, sforzandosi di tenere il giornale alto in modo che l’anello fosse ben visibile a chiunque entrasse.

 

Passarono cinque minuti. Ancora nessuno. Il tempo scorreva inesorabile. "Sicurezza nazionale". C’era in ballo qualcosa di grosso. E se ci fossero dietro i servizi segreti? E se qualcuno fosse pronto a saltargli addosso non appena fosse avvenuto l’incontro? Il panico iniziò ad attanagliargli la gola.

 

Dopo altri dieci minuti aveva perso il senso del tempo. Le braccia erano stanche, il giornale non stava più dritto. Gli sembrava fosse trascorsa un’eternità. Doveva resistere ancora. E se il contatto avesse avuto un imprevisto? Se fosse rimasto bloccato nel traffico? Non poteva attendere in eterno. Doveva decidere cosa fare.

 

Dall'esterno, il suo volto non si vedeva più. Chi lo avesse osservato da lontano avrebbe notato solo un quotidiano spiegato sopra un tavolino, sostenuto da due mani tese, con un grosso anello di smalto nero in bella mostra sull'indice destro. Nulla di più.

 

Alle 15:45 decise che poteva bastare. Chiuse il giornale con uno scatto netto. Per non farsi riconoscere, sfilò l’anello e lo cacciò in fondo alla tasca. Se il contatto era venuto, lo aveva sicuramente individuato; se non si era avvicinato, significava che non poteva farlo senza rischiare.

Certamente c’erano altri occhi a controllare la scena. Magari quei due in fondo vestiti di nero, col cappello a tesa larga. O quei due appoggiati al bancone che sembravano operai in tuta da lavoro, apparentemente indifferenti, ma che ogni tanto lanciavano un'occhiata dalla sua parte.

 

Roberto continuava a guardarsi intorno dietro lo schermo degli occhiali scuri. Cosa doveva fare adesso? Prese una decisione: alle 16:30 si sarebbe alzato per tornare in ambasciata. Anzi, avrebbe preso un taxi. Non voleva camminare a piedi per strada. E se lo avessero fermato? Se lo avessero sequestrato per torturarlo? Lui non sapeva assolutamente nulla di quella maledetta storia.

 

Maledizione, pensò, ma chi gli aveva messo in testa di fare la carriera diplomatica? Studia, studia, fai lo schiavetto fino a trentacinque anni e poi? Poi ti mandano a rischiare la pelle. Sua madre gliel'aveva detto: Fai l’avvocato, fai il dottore, fai il politico che lì si guadagna un sacco, ma lascia stare la diplomazia. Ti tratteranno come uno strofinaccio, ti faranno fare le cose più rischiose, ti manderanno all’estero e ambasciatore non ci diventerai mai, se non hai un grosso appoggio alle spalle.

 

Ormai le gambe avevano iniziato a tremargli.

 

In quel momento, i due col cappello a tesa larga si alzarono. Presero a camminare verso di lui con studiata noncuranza, parlottando tra loro.

 

Roberto scattò in piedi come una molla. Gettò il giornale sul tavolo e si precipitò verso l’uscita. Il taxi. Dove sono i taxi? Vide l’indicazione in fondo a destra e, senza voltarsi, imboccò il corridoio a passo marciato. Arrivato alle porte a vetri si girò un solo istante: i due col cappello erano lì, a dieci metri da lui.

 

Sono spacciato.

 

Iniziò a correre come un forsennato fuori dalla stazione. Si catapultò nella portiera del primo taxi libero, che si trovava sfortunatamente in fondo a una fila di altre dieci vetture.

 

«Presto, presto, parta subito più veloce che può! Sono inseguito! PARTI, PER CRISTO! SICUREZZA NAZIONALE!»

 

Il tassista sgommò, scartò di lato superando tutta la coda e si voltò verso di lui con un sorrisetto malaugurante. «Dove posso portarla?»

 

Un sudore gelido si impadronì di Roberto. Goccioline lucide presero a scendere copiose sulla sua fronte. «Al Consolato USA in via Principe Amedeo 2/10», balbettò.

 

In che pasticcio si era cacciato. Aveva il cuore che gli batteva all’impazzata nell'abitacolo chiuso.

 

Il taxi virò bruscamente verso sud, imboccando la corsia riservata di via Vittor Pisani in direzione di Piazza della Repubblica.
Dopo circa sei minuti era arrivato. Scese dal taxi con un sospiro di sollievo ed entrò nel Consolato.

«Non c’era, non è venuto, ma sono stato inseguito da due tipi terrificanti con il cappellaccio».

«Tranquillo» lo rassicurò il Console, «Ti abbiamo messo alla prova, per vedere le tue reazioni… i due uomini che ti hanno seguito erano dei nostri. Hai superato brillantemente la prova; la prossima volta sarà una missione vera! Preparati… » 

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