Anche oggi la stessa storia. Sempre in coda. Una fila interminabile che si snoda attraverso una rete di strade tutte uguali. Accelerazioni, rallentamenti, soste improvvise. Ogni giorno percorro lo stesso tragitto.

Il mio lavoro è semplice. Prendo ciò che mi viene affidato, lo consegno dove serve e riparto. Non posso fermarmi. La parte migliore della giornata è arrivare alla sede centrale. Lì passano tutti. È il punto in cui le strade si incontrano, dove ogni viaggio ricomincia. Ogni volta che ci entro sento quei tonfi sordi. Pum. Pum. Mi sono sempre piaciuti. Dal loro ritmo riesco persino a intuire cosa stia succedendo là fuori.

Oggi il traffico ha iniziato a scorrere molto prima del previsto. Le strade sembravano aprirsi davanti a noi. Quando finalmente raggiungo la sede centrale, i tonfi sono veloci, energici. Pum. Pum. Pum. Sorrido tra me e me. Qualcuno, là fuori, deve essere felice. Completo il giro in un tempo record. Quando torno, però, il ritmo è già cambiato. È tornato regolare, tranquillo. Trasmette una pace difficile da spiegare.

Passano i mesi. Qualcosa deve essere successo. Il traffico è diventato più lento. Ogni viaggio dura di più. Quando raggiungo la sede centrale, i tonfi non sono più gli stessi. Sono irregolari, inquieti, come se qualcosa disturbasse il loro ritmo. Nessuno sa spiegarselo.

Oggi è una giornata terribile. È un'eternità che sono in viaggio. Non ricordo di aver mai impiegato così tanto tempo per raggiungere la sede centrale. Pum. Un tonfo lungo. Pesante. Pum. Eccomi. Mi fermo un istante a parlare con un collega.

«Sai cos'è successo?»

Lui abbassa lo sguardo. «Si sono lasciati.»

Resto in silenzio. Non avevo mai sentito quei tonfi così lenti.

Passano gli anni. Il mio lavoro non cambia. Cambio io. Una volta aspettavo con impazienza l'arrivo alla sede centrale. Ora è diventata solo una tappa del percorso. Il ritmo è sempre lo stesso. Regolare. Preciso. Vuoto. Come se là fuori non accadesse più nulla capace di cambiarlo. Come se chi vive oltre queste strade avesse imparato a non sentire più.

Passano ancora gli anni. Il traffico rallenta sempre di più. Ogni viaggio sembra infinito. Quando raggiungo la sede centrale, i tonfi sono deboli. Faticosi. Ogni ripartenza sembra richiedere uno sforzo enorme. È strano. Per anni ho creduto che quel ritmo raccontasse la vita. Ora sembra raccontare soltanto la fatica di andare avanti.

Oggi mi hanno detto che sarà il mio ultimo turno. Non è una notizia triste. Per noi è normale. Nessuno lavora per sempre. Sto completando il mio ultimo giro. Attraverso ancora una volta quella rete infinita di strade. Raggiungo ancora una volta la sede centrale.

Le sue quattro camere. Il cuore.

Io sono un globulo rosso.

Da tutta la vita trasporto ossigeno attraverso vene e arterie. E per tutta la vita ho ascoltato questo cuore. L'ho sentito accelerare per la gioia, impazzire per l'amore, spezzarsi per il dolore e poi, lentamente, smettere di emozionarsi.

Credevo che un cuore potesse morire una sola volta. Mi sbagliavo.

A volte smette di vivere molto prima di smettere di battere.

Pum.

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