Quando, dopo anni ti tornano in mente quelle situazioni, le confronti.

E rifletti che a dieci anni l’imbarazzo venne dalla normalità. Venne dal fatto che nessuno avesse ritenuto necessario chiedere, o anche solo avvertire. Il mio corpo era un argomento da trattare in mia presenza, ma non CON me. I genitori erano lì, ma erano dalla parte della scrivania, della logistica, del “se è da fare si fa”. A quattordici anni venne dalle reazioni del corpo al freddo, e di fronte a un “pubblico” sanitario.

 

Eppure, a volte, quando racconto la scena dell’attenti e delle risate soffocate, tutti ridono. Me incluso.

 

Quando invece racconto la scena del sorriso, e non lo faccio quasi mai perché non è buffa, mette a disagio: la gente annuisce con quel silenzio imbarazzato di chi sa che lì non c’è nulla da ridere, ma neanche molto da dire. Era solo “così”. Era l’epoca, gli anni ’80. Il medico non era cattivo; era un uomo di quarant’anni fa che non aveva mai messo in discussione il diritto di alzare un elastico senza l’opinione del paziente, che tanto “è un bambino”.

 

Non che ogni visita successiva sia stata un dramma greco da scrivere in un diario segreto; dopo il trauma del freddo, si è sviluppata una sorta di “anestesia da esame”. Il corpo, una volta nudo, diventava quasi un oggetto tecnico, e il disagio iniziale si trasformava in un distacco. Come se spogliarsi di fronte ai dottori fosse diventato il prezzo per la guarigione.

Il corpo non era più un segreto, era diventato un pezzo di ricambio da mostrare. Col tempo, il medico chiedeva di “esporre” sempre meno, difficilmente mi faceva restare solo in mutande.

 

Cercando di dare una spiegazione razionale al perché da bambino mi facessero spogliare quasi nudo e poi non più, ho chiesto a un professionista sanitario perché nei pazienti giovani la nudità sia così frequente. Mi ha risposto con la pragmatica della fisiatria: serve a verificare che la crescita e lo sviluppo avvengano in modo armonico, uniforme, quasi architettonico. E poi ha aggiunto, con quel sorrisetto di chi sa di stare dicendo una mezza verità: «I bambini non si imbarazzano».

 

Peccato che non sia vero. Io bambino ero imbarazzato eccome, ma non avevo il diritto di oppormi alla logica medica.
Ma ho la consolazione della sua ultima battuta, che ha ridotto il mio dramma esistenziale a una battuta da bar: «Nessun medico guarda un quarantenne nudo tranne quando si guarda allo specchio».

 

Forse il corpo negli ospedali degli anni Ottanta era ancora considerato cosa comune, specialmente se di un bambino, magari malato, di sicuro sdraiato in mutande su un lettino con i genitori dall’altra parte della stanza che negoziavano orari.

 

L’imbarazzo non era sbagliato: forse era solo un sentimento a cui la medicina di allora non riconosceva cittadinanza.

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