Eravamo alla vigilia della vendemmia e i contadini della corte erano in grande agitazione, c’era un gran via vai di carri, portavano botti e tini. I padroni contattavano le ragazze per la pigiatura. Quello era un compito riservato solo alle fanciulle. Era una tradizione che doveva essere rispettata ed era anche il momento più atteso dai giovani della comunità. Lo spettacolo di quelle gambe nude attirava i maschi come i fiori, le api. Intorno a quei tini si formavano dei gruppi di giovani che incitavano ad aumentare il ritmo, si finiva in una sorta di danza selvaggia in un turbinio di gonne e di gambe colorate di rosso. Queste cose mi erano state spiegate da mio cugino Marco, perché io non avevo mai assistito a una vendemmia e mi lasciai prendere quel clima di euforia.  Verso le quattro del pomeriggio, il giorno prima della vendemmia, ero sotto il noce di lato alla nostra casa, a far merenda. Solo una fetta di pane con sopra gli ultimi fichi che avevo raccolto in mattinata. Vidi entrare nella corte una ragazza e, nonostante avessi solo undici anni non potei fare a meno di restare ammaliato dalla sua presenza fisica. Indossava un semplice vestitino di cotone a fiori gialli su sfondo scuro. Era stretto abbastanza da mettere in risalto le sue forme, molto pronunciate e morbide. La scollatura del vestito era profonda e buona parte del seno, era scoperto, la sua pelle era bianchissima mentre i capelli avevano sfumature ramate. Le labbra erano dipinte da un rossetto di un rosso molto violento. Rimase per un attimo al centro della corte e si guardava intorno, con un piccolo fazzoletto cercava di arginare il sudore che le scivolava da ogni parte. Il sole era ancora alto e picchiava forte, lei era stanca, aveva percorso a piedi la strada dalla fermata della corriera fino alla nostra corte. Si accorse di me che ero seduto all’ombra del noce a mangiare e vide anche la pompa dell’acqua.

«Ciao – mi fece sorridendo»

La sua voce risuonò nel silenzio del pomeriggio assolato come il canto di un uccellino, alle mie orecchie sembrò quella di una fata.

«Ciao – risposi con la bocca piena di pane»

«Scusa carino, posso prendere un po’ d’acqua con la pompa, sono sfinita.»

«Certo – le risposi balzando in piedi – si figuri, faccia pure, se crede posso darle una mano, magari io aziono la pompa e lei prende l'acqua che le serve»

«Grazie, sei molto gentile, mi serve proprio un aiuto. Aspetta poso la valigia in modo che non si bagni, prendo solo una salvietta così mi do una rinfrescata.»

Posò la valigetta sulla panchina e l’aprì. Tirò fuori un asciugamano rosa e si avvicinò alla pompa, ridendo mi disse: 

«Dai allora, pompa, forza!! Io mi aggrappai a quel lungo braccio di ferro pesante e cominciai a muoverlo fino a che un getto d’acqua uscì in modo violento, lei ne approfittò per bagnare la sua salvietta e cominciò a frizionarsi tutta con quell’acqua gelata. Cominciò dal viso per scendere poi sul collo e all’interno della scollatura, si bagnò entrambi i seni e nel farlo per poco non uscirono del tutto, feci in tempo a vedere la carne bianca e anche un capezzolo rosa scuro come una ciliegia matura. Mi prese una specie di frenesia, azionavo quella pompa con tutte le forze che avevo, sudavo ed ero stanco non avevo mai fatto uno sforzo simile, ma non volevo smettere per nessuna ragione. Lei si accorse di questo mio frenetico lavoro e mi fece segno, che poteva bastare.

«Basta, basta, non è necessario che ti stanchi così, ho finito, volevo solo rinfrescarmi non fare una doccia, ora mi metto un po’ al sole per asciugarmi poi me ne vado, ti ringrazio tanto, sei stato veramente gentile, io mi chiamo Nerina, vengo da Capannori e sono qui per dare una mano nella vendemmia, dovrei incontrare un certo Baffo, ma non lo vedo ancora.»

Lei parlava con tranquillità ed io ero lì davanti a lei con la bocca aperta incantato, non so nemmeno io per cosa, stavo solo lì in silenzio a guardarla, avevo ripreso la mia fetta di pane e mi venne spontaneo offrirla a lei con un semplice gesto. Lei tacque, poi mi guardò senza dire nulla, prese il pane e cominciò a mangiarlo. Dopo che l'ebbe finito, finalmente ritrovai l’uso della parola, mi scossi dal mio stupido atteggiamento. 

«Sì, conosco il Baffo, abita in quella casa, - feci segno in direzione a sinistra, ora è nei campi, se vuole aspettarlo qui può mettersi all’ombra, così può riposare un po’ a me non dà fastidio. Posso anche andar via se crede.»

«No resta pure, io mi sdraio un po’ sulla panca, se arriva Baffo tu mi chiami, d’accordo?»

Feci un segno affermativo con la testa. Prese la valigetta e la usò come un cuscino. Si sdraiò sulla panca come se volesse mettersi in posizione per dormire, nel compiere questi gesti il vestito, non troppo lungo, si alzò ancora di più lasciando scoperta la parte alta delle cosce dove finivano le calze e si vedeva la carne bianca. Fu una visione che ancora oggi non ho mai dimenticato. Subito dopo, sdraiata, si addormentò. Io rimasi al suo fianco cercando di non guardare troppo le sue gambe, ma non so come, lo sguardo cadeva sempre lì. Rimasi in silenzio a osservarla fino a, quando la zia, si affacciò sull’uscio e mi vide vicino a quella ragazza, prese a urlare.

«Cosa stai facendo, chi è quella, lascia stare e torna subito qua, vai dentro, non sta bene restare vicino a una di quelle, corri!

Mi ero alzato e stavo andando piano verso mia zia che intanto si era avvicinata e dopo averla vista bene riprese ad urlare.

«Nerina, forza, alzati, lo sai che questo non è un posto per te, vai dove devi andare, vai ad aspettare da un’altra parte, qui ci sono anche dei bambini e non sta bene capito!»

La ragazza intanto con quelle urla si era svegliata e senza replicare si ricompose e si allontanò verso la casa del Baffo. Io mogio arrivai a casa e mi volsi per vederla andar via, ero sicuro di rivederla durante la vendemmia e la fase di pigiatura, almeno così pensavo. Per quell’anno invece non la rividi più, rimase in sospeso fra un sogno e un’illusione, un miraggio di un pomeriggio assolato di fine estate.

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