Quarantamila dollari in banca. Un mutuo per i prossimi vent’anni. Un lavoro su cui era inciampato quasi per caso. Una moglie bulimica. Un figlio repubblicano. Una figlia semi anoressica. Una giardinetta di seconda mano e una Pontiac del 1985. Un prato da curare ogni domenica mattina. Decine di vicini identici a loro e a tutti gli altri, come tante strisce pedonali. Un cognome, Smith, anonimo come il suo viso. John Smith, anni quarantasette, statura media, corporatura media, sorriso medio. Sguardo medio. Un pizzico di apatia, di odio, di menefreghismo w.a.s.p. e di voglia di evadere. Di ironia. Di follia. Piedi stanchi. John “piedi stanchi” lo chiamano i colleghi, a causa di quel suo modo di lamentarsi sul posto di lavoro.

“Tutto il sacrosanto giorno a correre avanti e indietro da quell’uffi-cio presieduto da quell’imbecille... a quell’altro ufficio presieduto da quell’altro imbecille! Ho i piedi stanchi... la schiena a pezzi... Non ce la faccio più!”. John piedi stanchi. L’ultimo ad arrivare, il primo ad uscire. Il primo a rituffarsi nel gorgo angosciante della via del ritorno. Migliaia di autovetture. Tutte ben incolonnate. Tutte a passo d’uomo. Tutte con il loro carico insopportabile. Tutte con la consepevolezza che solo per il resto della vita. John Smith, capelli non brizzolati ma grigi, numero telefonico 555-984668. Posto macchina assegnato. Destino assegnato. Crack. Focolare acceso. Crack. Routine ammorbante. Crack.

La Pontiac entra nel posto macchina accanto al giardino. Il campanello squilla. Tre volte. Come al solito. Elisabeth Penning Smith, moglie preconfezionata, vestita di blu, tinta su tinta con il resto dell’arredamento, gli apre la porta.

Un colpo di fucile le dilania il ventre e la sbatte tre metri indietro, mandando in frantumi la consolle dell’ingresso.

“Sono tornato amore...”

John è sulle scale. Il fucile in una mano, le cartucce nell’altra. I ragazzi non sentono nulla. La musica dei Nine Inch Niles è al massimo. Vibrano le porte fin negli infissi.

Pochi secondi e il cervello di Sharon, anni quindici, è sulla parete. Johnny Jr. ha un sussulto. Il colpo è troppo vicino per non essere udito. Corre verso la camera della sorella. Lo ferma il calcio del fucile contro gli incisivi. Ha solo il tempo di sentire il rumore metallico del caricamento dell'arma che suo padre gli punta contro. Bang. Gli salta via un braccio. Bang. Un buco nel torace grande quanto una mela.

John Smith torna sui suoi passi. Entra nella stanzetta della figlia da dove proviene l’urlo del rock. Chiude il frastuono. Lui ama solo gli ever green di Paul Anka.

“Fatto...”. Si siede. “Anche questo è fatto!”.

I pochi intimi momenti della sua esistenza gli passano stranamente davanti agli occhi. Come in un film d’essai. Ma è solo un istante. La canna del fucile è già appoggiata al mento. Bang.

Spruzzi di cervello sul soffitto. Bye bye, John Smith. Piedi stanchi.

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