Sei arrivata prima di quanto pensassi. Desiderio inatteso in un pomeriggio limpido, alla fine dell’inverno. Mi stavi aspettando nella mia stanza, ancora avvolta nella tua mise da viaggio. Entro in silenzio, socchiudo la porta alle mie spalle: il mondo, i suoi rumori, rimangono fuori. Senza inutili parole ti aiuto a liberarti di ciò che ti avvolge; uno strato dopo l’altro si ammucchiano sul tavolo in una pila informe: una nota goffa di tenerezza, che contrasta con la grazia delle tue forme.

La linea del tuo corpo nudo imprigiona il mio sguardo: l’orizzonte si ferma allo scintillio della luce dorata sulle tue linee affusolate, si riempie del riverbero argenteo che emana da te. Resto immobile, lasciando che sia soltanto lo sguardo a bearsi delle tue grazie, rimandando ancora un istante il piacere di toccarti per la prima volta. Poi d’improvviso non resisto, le mie dita ti sfiorano; è una carezza decisa, fremente di desiderio, e tu non ti sottrai. Avverto le tue forme piene e accoglienti che rispondono al mio tocco: è un invito ad avanzare, guidare il nostro gioco amoroso. Non mi faccio pregare e lascio le mie mani libere di seguire l’istinto. Tu ti apri subito, con rapida dolcezza: sei pronta per la nostra prima volta.

Dominando una lieve vertigine, faccio scivolare la mia mano sotto la scrivania ed apro il cassetto, rovistando per cercare l’unico oggetto di cui abbiamo bisogno in questo momento.

L’unica cosa che ci manca.

Apro il blocco note sul tavolo e iniziamo a scrivere; il flusso d’inchiostro scorre sulla carta senza sforzo, fluido e naturale. Pennino Parker, tratto medio, acciaio rodiato: me l’avevano detto che era uno schianto, la Sonnet CT.

 

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