Mi allontano dallo spiazzo, mi accuccio per un bisognino, a ginocchia larghe, culo in giù, coso che penzola fra le gambe. Mi concentro, perché non è che sia proprio un bisognino da nulla, insomma, è impegnativo sto stronzo.

Vedo se esce, guardo anche il rivolo di pipì che corre sugli aghi di pino, secchi e gialli. Noto il picciolo che hanno in cima, in colonia ci avevano insegnato a intrecciare le collane, bastava prendere la punta e infilarla proprio nel picciolo.

Poi, visto che si va per le lunghe, alzo la testa.

E la vedo. Vedo la pineta per la prima volta dopo ore, dopo averci mangiato dentro gli zerri sotto il pesto, forse perché da questa posizione, a faccia in su, si sente il vento che muove le cime, e la luce piove dai rami, e scaglie di sole mi squamano la pelle come fossi anch’io uno zerro.

Mi pulisco con una foglia, tiro su i pantaloni con una certa urgenza, come se mi premesse d’andare, di camminare, di non tornare dalla Mariuccia e dai figlioli.

E cammino, difatti. Cammino con le ciabatte di gomma sugli aghi di pino, cammino giù per le vallette e su per i monticelli, tocco le cortecce resinose, ascolto i gabbiani che urlano, oltre gli ombrelli, negli squarci di cielo. Il mare, di là, respira salmastro.

Scendo e risalgo, con la zucca vuota di pensieri.

Sento che mi chiamano, che hanno smesso di tirar pedate al pallone.

“Fra un minuto sono lì, ci sto io in porta, ciccetti miei.”

 

 

Chissà quanto mi avranno cercato.  Ma poi, in qualche modo, si saranno arrangiati, la Mariuccia è una donna forte.

Uno qui ci sta bene e non ha bisogno di nulla

Hanno forse bisogno di qualcosa gli alberi?

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