La foresta è così fitta da nascondere la luce del sole. Gocce di umidità cadono pesanti dalle foglie, inzuppando l'humus fresco in cui affondo ad ogni balzo.
Non so chi mi stia inseguendo, non voglio saperlo. So solo che è meglio scappare. Me lo dice ogni proiettile che si conficca in un tronco di fianco a me lanciando una cascata di schegge.
Un fosso. Correndo al suo interno sarò un bersaglio meno facile.
Scivolo lungo la sponda, finisco in un ruscello quasi morto. Scelgo di correre in salita: ho sempre avuto buone gambe e buoni polmoni. 
Procedo più lentamente del previsto: il terreno è troppo scivoloso e mi impedisce di spingere coi muscoli senza perdere aderenza. Chi mi segue avrà comunque i miei stessi problemi.
All'improvviso un grido. Alla mia destra. Saranno venti metri. Non riesce a vedermi qua sotto, ma sta comunicando a voce col suo compare più a valle, che gli risponde da lontano.
Sporgo la testa quanto basta per vederlo, protetto dai rovi lungo l'argine. Si gira verso di me, mi ha visto! O forse no. Si sta solo dirigendo verso il torrente. Ha saputo che sono qui dentro. Non mi muovo, non voglio che mi veda, non voglio che mi senta. E' a cinque metri. Rallenta. Alza il fucile, lo punta nella mia direzione. Due metri. Guarda prima a valle, poi a monte. Non mi ha visto. Un metro. Riesco a sentire la puzza del suo sudore. Lui sentirà la mia? Guarda verso il basso. Incrocia i miei occhi. I suoi si riempiono di stupore, forse terrore. Non ho scelta e non esito: balzo fuori dai rovi con tutta la forza che ho nelle gambe, piombando sui suoi stinchi con tutto il mio peso. I suoi piedi si spostano sotto di lui e per un istante si ritrova sospeso, senza più appoggio. Con un urlo e una capriola precipita nel fossato, il fucile lontano, non più un pericolo per me, che corro verso i cespugli più fitti, imprendibile. Anche stavolta è andata male bastardi, niente cinghiale per cena!

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