Poiché sono l'albero più occidentale del giardino posso vedere tutto ciò che succede fuori dalla casa ma posso solo intuire invece quello che succede dentro di essa. Da quando è stata costruita la casa sono lì fermo e immobile. È vero, una pianta per definizione non si muove, ma ciò è vero solo in parte: i nostri effluvi, il nostro sangue in realtà si muove ed è incessantemente in movimento e va da una parte all'altra.

Trova dei cunicoli sotterranei grazie a cui si unisce ad altre piante come lei e trasloca, in un certo senso: perché se una pianta rimane lì dove si trova è il suo spirito che può andarsene da un'altra parte. Rimane solo la corteccia, il guscio vuoto che viene tenuto in vita ma la sua anima va via, verso altri lidi. Emigra. Io invece sono rimasto qui per tutti questi anni e ho visto tutto. Ho visto quando il bambino con il suo triciclo girava tutto intorno alla casa ed era così felice.

Ma c'è un ricordo ancora più antico ed è quando lui è uscito dal piccolo cancello che si trova nella parte laterale della casa e che dà sul viale Ciro Menotti. La casa infatti è disposta ad angolo tra la strada provinciale per Novi e appunto viale Ciro Menotti e da cui prende il civico, cioè il numero 2. Ebbene allora non c'era tutto il traffico che c'è oggi, eravamo nel lontano 1974 e il bambino aveva tre anni. Lo vedo quando quel giorno con il suo biciclino, lo vedo mentre fa le sue corse e si ferma davanti al cancellino, lo guarda e vede che è chiuso. E quindi alza la manina, arriva al pulsante e fa scattare l'apertura poi lo tira verso di sé e piano piano scende nel viale. Infatti, c'è un piccolo gradino tra il piano della palladiana e il viale.

Poi quando arrivò sulla strada principale, ricordo che sua madre cacciò un urlo, appena non lo vide più girare attorno alla casa.

“Ma dov'è il bambino?!!’”, gridò disperata.

Lo cercarono per tutta casa e fuori nel giardino, poi videro che il cancello non era chiuso ma solo appoggiato e capirono. La madre si gettò disperata fuori e finalmente lo vide andare su e giù in mezzo la strada, felice come forse non lo sarebbe stato mai più in tutta la sua vita, meravigliato e incantato dal mondo che era fuori dalla cancellata della casa. Ricordo il suo viso che piangeva quando sua madre lo riportò a casa, quel giorno. Credo che sia stato il suo primo anelito di libertà ed il momento in cui ha gustato intera una felicità spontanea e senza infingimenti di sorta.

Ricordo poi altri episodi, sempre legati al bambino. Un giorno trovò un uccellino che era abbandonato sulla palladiana. Mi ricordo che il bambino lo raccolse, ma purtroppo era molto debole.

Ricordo che, proprio in quei giorni, la famiglia ricevette la visita di una parente molto anziana: una vecchietta alta 1,50 m, ma con una grinta davvero notevole per l'età. Era stata staffetta partigiana.

Il bambino, quando morì l'uccellino, fece vedere alla zia Zelinda, era quello il nome della vecchina, la piccola bara che aveva fatto incollando dei fiammiferi tra loro e il coperchio decorato con i piombini della pistola ad aria compressa. 

“Ma che bravo!” aveva detto la zia.

Il bambino rincuorato dal commento della zia sprizzava gioia da tutti i pori per il risultato estetico e per l’orgoglio di aver costruito quell'oggetto con le sue mani. Poi mise la piccola bara vuota per terra sulla palladiana proprio di fronte a dove sto io.

Lui non sapeva che lo stavo guardando ma forse sentiva una corrente, un'energia positiva: perché l'aveva proprio messo lì davanti a me? Poteva metterlo in casa o in un altro luogo del giardino, perché proprio lì? Quel giorno il bambino mise dentro l'uccellino nella bara. Scavò una piccola buca nel giardino e, dopo aver recitato una preghiera, mise la bara dentro e seppellì il tutto.

In un'altra occasione, il padre comprò una nuova auto e mi ricordo la sua felicità quando arrivò con quella nuova auto arancione tutta fiammante. Era una Peugeot il cui modello oggi non si vede più in giro, infatti è stata prodotta solo dal 65 al 76, e mi ricordo come era felice il padre. Piacquero subito anche a me quelle superfici così sinuose e le curve e ben sagomate. La mascherina davanti era schiacciata nel mezzo e i due fari sembravano due occhi che ti guardavano in cagnesco. Era una specie di leone un po' cupo e capisco anche il perché di quello stemma proprio sulla mascherina, con quel leoncino rampante. Ricordo anche il bambino che guardava l’auto con occhi sognanti.

Da allora ho visto crescere quel bambino, andare a scuola e diventare adulto, ma non l’ho più visto felice come in questi episodi. Ora se ne sta tutto solo e rinchiuso in una stanza della casa a battere i tasti di un computer. 

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