Ore 5,10 A.M.

 

Binario 3. Poche sparute persone in attesa sulla banchina ferroviaria della stazione. Il cicalino segnala le aperture delle porte del treno regionale. Il treno ancora avvolto dalla notte sul finire di una estate infuocata, si muove lento facendosi spazio tra pali fili elettrici e le vecchie case intorno alla stazione che sbucano dal buio come creature dall'aspetto spettrale. Appena fuori dalla stazione un uomo è seduto accanto al finestrino che lentamente proietta nel vagone il dilucolo del mattino.

Le scuole non sono ancora iniziate. Alla prima fermata delle 16, previste prima della destinazione finale, salgono poche persone che si disperdono tra le cinque carrozze del treno. L’uomo chiude gli occhi nell’intento di riprendere un po’ di quel sonno strappato alla notte e cercare di placare quel forte mal di testa che lo accompagna ormai da tempo. L’aspettano 4 ore di viaggio.

Seconda fermata, salgono altre sparute persone l’uomo si è appisolato, complice il dondolio della carrozza. Dopo un tempo indefinito, un sobbalzo e una brusca frenata lo destano. Il treno è fermo in aperta campagna. Si accorge di non essere più solo, di fronte a lui riconosce sua madre. Lei lo guarda con il suo solito sorriso accennato ma delicato.

Vorrebbe chiederle come mai si trova lì, ma le parole gli rimangono in testa. Guarda fuori dal finestrino e si accorge che il treno ha ripreso la marcia, ma si rende conto che quello che gli viene proiettato è come un film già visto. Le case, le persone vestite in modo diverso, i cartelloni pubblicitari, il treno stesso con le tipiche carrozze, le centoporte degli anni “70, i sedili in legno e le cappelliere a rete metallica, il linoleum grigio sul pavimento e l’amianto, silente ed assassino, che viaggiava come passeggero non pagante. Tutto riconducibile a quel periodo.

Si accorge di sentirsi più leggero come in un corpo non più di adulto ma di un bambino. Sua madre gli chiede se ha fame e gli porge una banana, ma lui non riesce a interagire, si sente bloccato in un corpo non suo.

Ennesima galleria, i rumori più assordanti del solito, il fischio del treno, un sibilo che quasi lo stordisce e appena fuori da essa l’uomo apre gli occhi e davanti a sé non c’è nessuno. Guardando fuori nota il tempo presente, il mare sullo sfondo.

Si rende conto di essersi addormentato. Dentro di sé una sensazione di un sogno brevissimo ma dal tempo infinito, dove gli è sembrato di vivere decenni in pochi minuti e che all’improvviso gli ha riportato una sensazione ormai perduta di tenerezza, una sensazione familiare, di cura, e soprattutto senza quel mal di testa che lo tortura. Le fermate si susseguono ed è a metà circa del suo viaggio. Nel frattempo sono salite altre persone, per fortuna pochi i turisti di solito chiassosi che prendono possesso dell’intero treno e, anche in questo periodo, vanno all'assalto dei treni regionali per spostarsi da un paese all'altro, per non perdersi una visita a un paese, a un castello, a una rocca, una basilica o un museo. Avrebbe preferito non trovarli anche nel viaggio di ritorno.

Il mare lambisce la ferrovia, in alcuni punti sembra che stia navigando. Una sensazione che da piccolo gli metteva i brividi, ora quasi quasi vorrebbe che accadesse. Un treno in mezzo al mare.

Ora è sveglio. Un sole non ancora forte splende sul mare e sulle case, creando un’aura da fiaba. Un tenue e morbido manto dorato avvolge tutto e tutti, i campi, le trazzere di campagna, i cani nei cortili, le stalle, uomini già al lavoro e donne affaccendate nei lavori di casa; tutti movimenti che sembrano rallentati dalla luce.

L’uomo vorrebbe chiudere di nuovo gli occhi per ritrovare quella sensazione di poc’anzi. Ma ormai è desto e preferisce osservare tutto quello che gli scorre davanti. Al punto da non accorgersi che di fronte a lui si è seduta una persona. Guarda fuori dal finestrino in direzione contraria alla sua, e sembra parlargli con la mente. Infatti non si dicono una parola durante il tragitto, ma è come se lui sapesse di lei e lei di lui. Si sono conosciuti da ragazzi, al liceo, hanno viaggiato insieme ad altri amici, condividendo tante esperienze vissute. Conoscevano i rispettivi fratelli e sorelle, i genitori che non ci sono più. Si raccontano tutta una vita, soprattutto quella che non hanno vissuto insieme perché persi nel tempo sconosciuto a entrambi. Ma nessuno dei due parla: un dialogo sensoriale. Il rumore delle parole rimane nelle loro menti, si confidano delle situazioni vissute in passato, ridono o piangono a seconda delle situazioni vissute, delle esperienze totalizzanti e anche dei propri fallimenti. E anche in questa situazione ha una sensazione di serenità ritrovata, di pace dimenticata, e il mal di testa è scomparso.

Alla fermata successiva, l'altra persona gli fa presente che scenderà. Dispiaciuto la saluta, sperando un giorno di ritrovarla.

Fischio e sibilo assordante all’ingresso dell’ennesima galleria e all’uscita, fermata non prevista per il passaggio di un altro treno. L'uomo guarda il mare, una scogliera a forma di arco e piccole insenature, le isole all’orizzonte, guardiani della terra ferma, rifugi dell’anima, barche tirate a riva, eco-mostri ancora non abbattuti, spiagge di ciottoli.

Ennesima fermata improvvisa. Su di un muretto nota un bambino che lo osserva fissandolo. Ha due occhi neri e profondi, due Orioni sereni.

Sente la sua voce che gli dice: “Non è ancora il tuo tempo”.

Riprende il viaggio, mancano ormai solo due fermate. Il treno e mezzo pieno, accanto e di fronte a lui ci sono delle persone: una coppia, un uomo ed una donna.

Ha avuto fin da ragazzino il vizio, guardando le persone, di trovare delle somiglianze con persone conosciute o appartenenti ai suoi famigliari. La donna, ad esempio, somiglia ad una sua vecchia zia, l’uomo della coppia ad un vecchio amico suo, simpaticissimo e burlone. La donna della coppia ha il volto di una donna di un'altra epoca, di una sua bisnonna. L’uomo solo, invece, somiglia ad un odiato professore del liceo.

Ore 9,05 circa, fine del viaggio. Stazione d’arrivo. Gradini da scendere, sottopasso che dopo un lungo e tortuoso percorso lo riporta in superficie. E’ fuori dalla stazione, la luce del giorno ora è accecante e il suo mal di testa ha ripreso forza. Per un attimo pensa a quello che ha provato durante il viaggio, tanto da sembrargli di averlo vissuto veramente. Il taxi è li che lo aspetta e lo porterà al policlinico dove lo aspettano da tre mesi per operarlo di meningioma di primo grado.

 

“.L’uomo non può possedere niente fintanto che ha paura della morte. Ma a colui che non la teme, appartiene tutto. Se non esistesse la sofferenza, l’uomo non conoscerebbe i suoi limiti, non conoscerebbe sé stesso. [Lev Tolstoj in “Guerra e pace”]

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