Erano giorni che si diceva che nel quartiere girasse una macchina sospetta. Un attentatore, forse, ma chi veniva ad attentare alla vita di disperati come noi? Le bombe, se ci vedevano, sarebbero implose da sole. Allora, l’ipotesi più accreditata era che potesse essere un maniaco.

Io ascoltavo questi discorsi dal finestrino del mio cesso, perché le pettegole parlavano dai loro balconi. Dal mio seminterrato, dagli infissi divelti, non potevo fare altro che ascoltarle contro la mia volontà. Fosse stato per me, il maniaco poteva pure portarsele tutte, ma, guardandole, non ne avrebbe avuto mai il coraggio.

Allora andavo al cesso e le sentivo parlare, e poi uscivo per strada e guardavo i capannelli di gente che parlava, ma l’auto sospetta ancora non l’avevo vista.

Quindi, un giorno che uscii per andare dal tabaccaio e provare se mi facesse credito, vedo spuntare dal fondo del vicolo una macchina bianca che mi si avvicinava leggera, senza sentire il rumore del suo motore, quasi scivolasse sull'asfalto, senza attrito… come fosse godibile una vita senza attriti, pensai.

La carrozzeria era di un candore mai visto e non era stata la freccia del lavaggio e nemmeno la cera: la macchina sembrava una nuvola che mi si parò di fianco.

«Scusi, lei», mi si rivolse un tipo barbuto, con i capelli lunghi e bianchi come la macchina, ben pasciuto, con due belle gote riempite di sostanza, forse di bei pasti sostanziosi.

«È questo il quartiere del Salice?»

«Così dicono», gli risposi.

Aveva un sorriso di carta leggera stampato sulla faccia. Era una vera beatitudine guardarlo.

«Scusi, è lei il maniaco?»

Avrei voluto chiedergli, ma così diventavo un pettegolo anch'io.

Quando gli diede la risposta, si guardò intorno stupefatto. Il sorriso della beatitudine e della speranza iniziò a spegnersi sul volto, come una lampadina che ha finito la sua vita.

Ai lati delle strade c'erano carcasse di macchine incendiate, altre ridotte a rettangoli ammaccati, infissi gettati come normale pattumiera e poi piastrelle, mattoni rotti, risulta di edilizia, cani scheletrici che ci pisciavano sopra, insieme ai bambini nei loro vestiti neri, ricoperti di pulci e pidocchi, scheletri di motorini rubati e ogni altro genere di rifiuto umano, materiale.

Il barbuto si girò verso di me con gli occhi sgranati, mi diede una scorsa e, anche se con qualche sdrucitura da qualche parte, ero alquanto pulito rispetto agli altri.

«E lei dove va? Cosa fa?» mi chiese.

«Scusi, ma è nuovo della polizia?» domandai.

«Io sono il capo di tutto», mi rispose.

«Ah, capisco, è il presidente!» risposi, dando un'altra occhiata al suo abbigliamento, alla macchina fuoriserie — non c'era dubbio — e all'autista immacolato, che usava lo stesso suo candeggio.

«Io sono il capo di tutti i presidenti», mi ribatte ancora lui.

Allora iniziai a fissarlo, pronto a prevenire una sua improvvisa mossa, dato che sicuramente era un matto, pensai, o proprio il maniaco che tutti dicevano. A volte le pettegole ci azzeccano.

«Ok, ok, amico, ti saluto».

«Perché vai di fretta, figliolo? La vita si assapora piano piano», mi disse con un sorriso ammiccato.

Ok, pensai, questo è un frocio del cazzo, maniaco degli uomini, e qui ha terreno fertile tra la povertà di noi derelitti.

Gli guardai una mano, che aveva con tutto il braccio appoggiato alla portiera della macchina, bianca peggio di una nuvola. Era una mano che non aveva mai raccolto pomodori o preso in mano una chiave inglese, era una mano da ricco, si vedeva.

Coi suoi soldi avrebbe potuto permettersi tutto.

Avevo capito… era un politico: veniva pagato per fregare la gente e, più lo sapevi fare, più ti pagavano.

Aveva una risata familiare, tipo quella di Babbo Natale.

«Sì, Babbo Natale l'ho creato io», mi disse all'improvviso, come fosse un manager dello spettacolo.

«E non pensare più di mandarmi all'inferno, che con me non è proprio il caso».

Ma come cazzo aveva fatto?

«Ehi, amico, sei un mentalista? Ma sì, lo dovevo pensare prima. Cazzo, questo deve essere proprio uno grande! Uno famoso.

«Come ti chiami, amico?»

«Dio!» mi rispose.

«Sì, tu, tu», incalzai.

«Dio», ripeté.

«Sì, amico, ho capito che dici io, io, ma il tuo nome?»

«Io sono Dio!» tuonò più forte.

«E io sono Mosè», dissi.

«Ma io sono il più grande», ribatté mister “Candore”.

«E chi ti dice, amico, che il campione del calcio, della bicicletta o il miglior pilota non sia uno che attualmente si spacca la schiena in una risaia?»

«Forse non hai capito, amico: io sono il capo di tutti».

Iniziò a scaldarsi Dio.

Solo dopo scoprii che ero stato in grado di fare incazzare pure Dio. Nella mia vita facevo incazzare gente non appena mettevo la mia penna su un foglio. Ma, ripeto, era solo perché la gente non sapeva ridere, gente che litigava con sé stessa nello specchio.

«Ok, ok, amico, non ti scaldare».

Cercai di assecondarlo. Doveva essere un esaltato, con tutti i soldi che aveva.

«Io sono Dio, cazzo!»

Allora quel cazzo, mi si aprirono gli occhi. Quel Dio poi non era poi tanto distante dall'umanità regressa di questo mondo, aveva qualcosa degli uomini che aveva lui stesso creato, e non meno l’incazzatura.

«Se sei un Dio, allora fammi un miracolo», dissi.

«A me nessuno può mettermi alla prova, nemmeno il diavolo», disse incazzato.

«Ok, amico, il diavolo in questo quartiere si darebbe a gambe levate, mentre io resisto ancora e sono più nel fuoco di lui».

«Va bene», mi fa, con il fumo che gli usciva dalle orecchie.

E, alzando una mano, trasformò tutto in verdi prati, e le macchine si verniciarono di fresco, e i bambini si spidocchiarono all'istante e diventarono lindi e profumati, ed io mi ritrovai addosso un bel vestito e denaro a sufficienza in una tasca, ed ero più bello di Rodolfo Valentino.

«Wow».

Riuscii solo a dire.

Quel Dio benedetto aveva trasformato tutto in un paradiso, e ci aveva messo solo un attimo. Un attimo solo: che ci voleva, mentre sindaci e amministratori, da anni radicati alle loro belle poltroncine, non erano riusciti nemmeno a sradicare le erbacce dai marciapiedi.

«Ti piace tutto questo?» mi chiese Dio.

«Certo, che razza di domande fai?»

«Hai visto, allora?» domandò, alzando di nuovo un braccio e facendo risparire tutto lentamente, mentre ritornava tutto alla stessa merda di prima.

Stavo iniziando a bestemmiare quando questo Dio mi precedette.

«Lo so a cosa stai pensando, ma tutto ha un disegno, un disegno di Dio, cioè mio».

“È pure artista”, pensai.

«Se dessi tutto questo a tutti, chi resterebbe povero poi? E chi popolerebbe il paradiso se tutti fossero ricchi?»

«Cazzo, fai un ricco in più, almeno io».

«Tu sei in un mio disegno», mi rispose.

«Brutto figlio di una Vergine».

Iniziai a infierire.

«Vai, Gabriele!» ordinò al suo chauffeur, mentre questi sgommava a tutta birra.

«Vai, Gabriele, qua la gente ancora non riesce a capire i misteri divini».

«Brutto figlio…»

E da allora nemmeno più le pettegole del rione avevano un argomento diverso di cui parlare e ritornarono anche nei discorsi alle solite robe del quartiere.

In questa fogna di città, non cambia mai niente!

 

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