Era tutto cominciato così, quasi per scherzo.

Paolo aveva letto su un volantino che stava per cominciare un corso di scrittura creativa a Modena. Non ci pensò fino alla sera in cui iniziava, ci andò per curiosità e anche perché in TV non c’era nulla di interessante.

L’insegnante disse che ognuno aveva le potenzialità per diventare scrittore, bastava seguire un metodo. Quello che insegnava lui era il “copiare”. Sì, copiare. Tanti non ci credevano, ma era il migliore modo possibile per imparare come gli scrittori lavorano nel concreto, come costruiscono un periodo.

Sosteneva che serviva per carpire il segreto del ritmo di scrittura; copiare e far passare per proprio il testo di un altro, invece, era un plagio.

Appena tornato a casa Paolo scelse un volume dalla libreria, aprì una pagina a caso e, preso un quaderno da un cassetto, cominciò a copiarne il testo. All’inizio fu noioso ma, mano a mano che procedeva, si accorse del ritmo perfetto della frase, della sequenza degli spazi bianchi e degli accapo. Era contento. C’era qualcosa di chiaro e puro nella scrittura, una luce in cui si sentiva avvolto e che non voleva più lasciare. Ogni pagina copiata era un piccolo trionfo, un moto creativo attraverso l’imitazione. La sua felicità era arrivata all’improvviso, in un giorno qualunque e lui non intendeva rinunciarci a nessun costo.

Quella notte non si accorse neppure che erano passate tre ore: aveva copiato circa una decina di pagine del libro. Ad un certo punto dovette smettere perché sentiva le palpebre abbassarsi per il sonno e quella notte dormì come non gli succedeva da anni.

Al corso non andò più, ma si mise a copiare tutto il volume della sera precedente. Da quel giorno, la scrittura diventò una routine quotidiana a cui non poteva rinunciare. La mattina andava al lavoro e appena tornava a casa ricominciava.

Quell’attività gli fece perdere gli amici e, poco dopo, anche il lavoro. Copiava dalla mattina alla sera, chiuso nel suo appartamento senza mai uscire. I quaderni si accumulavano in pile che sfioravano il soffitto. La scrittura era diventata rifugio, vita intera, ossessione. La sua casa era un santuario di carta, penne e inchiostro. 

Lo ritrovarono privo di vita nel suo appartamento, allertati dall’odore che si diffondeva sulle scale del condominio. Accanto a lui una montagna di quaderni riempiti dalla sua minuta scrittura a penna. Nel bagno qualcuno, distrattamente, prese in mano uno di quei quaderni, lo aprì e si mise a leggere. Un altro chiese cosa ci fosse scritto.

“Mah... non ci si capisce nulla."

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