Capablanca era stato rapito. 

Questa però era per lui l'ennesima di tante battaglie combattute ed era pronto a contrastare qualsiasi mossa. Non era nuovo a vincere in condizioni d’inferiorità, ma doveva raccogliere elementi per analizzare il tutto e trovare la strategia vincente. Un uomo nella media, così lontano da casa, senza nessuna cognizione del luogo in cui si trovava, avrebbe avuto tremori perfino alle vene dei polsi. Lui invece stava cominciando a riflettere. E quando uno come Capablanca si mette a ragionare sono gli altri che devono aver paura!

Una cosa si deve dire di noi sardi: quando abbiamo un ospite, spontaneo o meno non importa, gli usiamo la massima cortesia e il vitto migliore, sempre che sappia stare a tavola. Affinché non si annoi, gli viene anche assicurata una buona conversazione.

In questo caso il campione dovette impadronirsi del misto italiano-sardo dei quattro sequestratori, però c'era la derivazione spagnola che rese tutto più semplice. L’apertura era intavolata già dopo pochi giorni.

I rapitori si alternavano a portare cibo, bevande e a conversare con l’ospite, ma quando chiese una scacchiera per passare il tempo, uno di loro che diceva di chiamarsi Matteo accettò e il maestro lo battezzò “l'alfiere”. Costui si mostrò un’eccellente giocatore, come certe gemme che si rivelano tali solo se portate in superficie dalle profondità della terra dove, fino a quel momento, erano rimaste sepolte.

“Dovevo arrivare in questa terra selvaggia per trovare un’avversario che mi tenesse testa”, pensava Capablanca.

La prigionia continuava ma senza un attimo di noia: partite su partite dove i due erano praticamente alla pari.

Il maestro però aveva dalla sua una conoscenza degli uomini che gli derivava dall'aver girato il mondo, anche per la sua carriera di diplomatico. Aveva capito di giocare col capo dotato di grande intelligenza, non poteva essere altrimenti.

Fra grandi menti ci si ama o ci si odia, per fortuna sua Josè era sempre piaciuto a tutti, questa volta non fece eccezione, Alfiere ormai lo considerava un amico. Lo avrebbe volentieri liberato, quelle partite vinte erano il riscatto della sua giovinezza crudele di “servo pastore”: lui, Matteo, aveva trionfato dove non erano riusciti i signori cresciuti a vitamine e latinorum!

C’erano però i compagni e poi anche lui aveva bisogno di soldi: non avrebbe potuto sposare Franzisca, sua eterna fidanzata, senza un suo gregge bello grande ed un podere altrettanto grosso. Con i complici sarebbe stato semplice, bastava fingere un momento di disattenzione e il prigioniero sarebbe stato uccel di bosco. Con Franzisca invece c'era qualche problema. Nonostante sapesse che lo avrebbe sposato anche povero in canna, aveva dei genitori che non erano della stessa idea. Inoltre, essendo la più bella del paese, aveva tanti pretendenti che le giravano intorno. 

Al Campione sarebbe bastato attingere ai fondi se avesse dato la sua parola, ma non era tipo da lasciare un soldo in casi come questi, glielo impediva il suo onore.

La soluzione venne spontanea, la pensarono contemporaneamente.

Torneo di undici partite: chi vinceva o aveva il denaro o la libertà, era un patto fra gentiluomini al quale entrambi avrebbero tenuto fede.

Alla decima partita erano cinque a cinque.

Matteo non era abituato quanto José agli sforzi prolungati così, alla finale, una banale svista diede la vittoria al campione del mondo.

Due giorni dopo il cubano era sulla nave per l’Avana.

Due mesi dopo Matteo sposò Franzisca grazie a una misteriosa donazione proveniente, si diceva, da uno zio morto in America. 

Due decenni dopo il campione regionale sardo di scacchi era un certo Giuseppe Lobina di diciannove anni, serio aspirante al titolo nazionale.

Il suo stile ricordava quello di Capablanca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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