Ogni mattina, prima che il sole sollevasse il velo di luce sulla città, tutto si fermava per il Rito della Deposizione. Le strade si svuotavano quasi all’unisono; dagli edifici si riversavano gli abitanti di Favo-City, lasciando intravedere visi assonnati e occhi ancora velati dai sogni della notte, proprio quei sogni che sarebbero stati prelevati e resi innocui dal Grande Favo.
Uomini e donne uscivano dalle case con passo meccanico, abituati a un rituale che aveva cancellato sorpresa, ribellione e immaginazione. Si dirigevano verso il Favo, mastodontica struttura a parallelepipedo di vetro attraverso cui si potevano vedere le cellette esagonali in cui ogni uomo e donna avrebbe dovuto entrare. Era la costruzione più alta della città, collegata da un sistema viario che riuniva tutte le strade provenienti da ogni angolo di Favo-City.
Gli edifici circostanti ospitavano amministrazione, registri e sorveglianza. Poco discosta, la caserma della polizia esecutiva custodiva i Droidi di Esecuzione Serie 209, i temuti ED-209. Massicci, alti più di due uomini, lisci e metallici, erano robot dalle giunture idrauliche sibilanti e dai sensori ottici in grado di registrare ogni dato, anagrafico e fisiologico, di ciascun cittadino. Il loro unico scopo era garantire che nessuno si sottraesse al Rito.
Quando qualcuno mancava, comparivano. E apparentemente non avevano mai fallito nella loro ricerca. Chi si opponeva sapeva a cosa andava incontro se gli ED-209 fossero stati inviati sulle sue tracce, e sapeva anche che avevano l’ordine di riportare i ribelli al Favo, vivi o morti.
All’interno delle cellette del Favo, ognuno lasciava una parte di sé: i sogni della notte. Ogni notte, i sogni si formavano spontaneamente nella mente, instabili, pronti a germogliare in fantasie, paure o rivolte. La Deposizione era il rituale che li neutralizzava: i sogni venivano trasferiti attraverso un casco tecnologico indossato dall’uomo, e attraverso un tubo trasparente veniva aspirato tutto ciò che il sogno della notte appena trascorsa conteneva. Il tubo, spesso come un braccio umano, trasportava i sogni come nebbia luminosa: frammenti di memoria, immagini, suoni ed emozioni intrappolate, pronti a essere assimilati dal Favo.
Il Favo riceveva, decodificava e neutralizzava i sogni, rendendoli innocui e incapaci di disturbare la collettività. Il processo durava pochi minuti, era indolore ma irreversibile. Chi ne usciva sentiva un vuoto interiore: un pezzo di sé prelevato, e ciò che restava rimaneva privo di spirito, di qualsiasi ribellione. Tutti lo accettavano, come fosse una cosa naturale. Tutti, tranne Johnny. Quella mattina lui si alzò, ma con un’idea diversa da ogni altro giorno precedente. Il Favo era sempre stato l’orizzonte naturale della sua vita, e sapeva che, come l’aveva accompagnato nella culla, lo avrebbe accompagnato fino alla tomba. Ma quel giorno, appena uscì da casa e si incamminò verso l’imponente costruzione che lo attendeva, rimase fermo nella piazza antistante, osservando le torri pulsanti. La folla procedeva come un serpente lento ma inesorabile, i caschi venivano indossati e i sogni scivolavano nei tubi trasparenti. Vedeva uomini e donne emergere da quella mostruosa costruzione, parte di un folle progetto architettonico ispirato all’assolutezza del potere, e osservava quegli occhi spenti e i volti segnati da una espressione malinconica estrema. Quel giorno, non avrebbe seguito la loro fine.

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