Quella notte sentii qualcuno sdraiarsi accanto a me. Rimasi immobile, mentre il materasso si abbassava sotto un peso leggero. Mi girai di spalle; il suo respiro mi sfiorava la schiena. In silenzio, ci avvicinammo l’uno all’altra come se fosse già deciso da tempo. Quando tutto finì, rimasi sveglio a lungo, con una sensazione sottile di inquietudine. Poi sentii un profumo e fui certo che era lei.

«Sei tu, Flavia?» sussurrai nel buio.

Flavia era entrata nella mia vita molti anni prima. Allora studiavo all’università e facevo il pendolare ogni giorno tra Mirandola e Bologna. Era un tempo sospeso, a metà tra la fine dell’adolescenza e non si sa bene che cosa. Frequentavo le lezioni di filosofia al dipartimento di via Zamboni 38. Mi entusiasmarono le lezioni di filosofia della storia su Kant del professor Antonio Schiavo. Era il tipico professore di filosofia: indossava occhiali spessi come fondi di bottiglia e una barba imponente, proprio come si potrebbe immaginare per un filosofo tedesco dell’Ottocento, trasportato però nei primi anni Duemila in Italia. Si occupava di filosofia della storia, metafisica e ontologia della filosofia tedesca. Io ero autodidatta e diplomato geometra, ma scoprire la filosofia mi aveva motivato a proseguire su quella strada. Ricordo bene le sue lezioni: proponeva una personale interpretazione del pensiero kantiano, la cosiddetta terza via, alternativa alle letture tradizionali. Seguivo con interesse ogni lezione per approfondire l’argomento e, anzi, interagivo continuamente con domande per tutta la durata della lezione.
Mi ricordo però una lezione in particolare. L’aula era quasi vuota. Pioveva, e il rumore dell’acqua contro i vetri accompagnava le sue parole. Stava parlando del tempo in Kant, ma a un certo punto si fermò, come se avesse perso il filo. Si tolse gli occhiali, li pulì lentamente, poi disse:

«Il tempo non è solo una forma dell’intuizione. Questo è ciò che Kant scrive. Ma vi sono anche dei pensieri sottaciuti che spetta a noi interpretare, per arrivare a capire quello che il filosofo voleva veramente dire.»

Ricordo che vidi qualcuno sorridere. Si vociferava in giro che le teorie del professor Schiavo avessero poco credito accademico anche tra i suoi colleghi di ateneo. Era per questo, forse, che ci pregava di chiudere le porte dell’aula mentre faceva lezione? Non lo so. Ma io non credevo che le sue teorie fossero bislacche; al contrario, mi sembrava richiedessero il massimo dell’attenzione.

«Esistono», continuò, «eventi che si pongono come mediazioni tra le intuizioni pure e lo schematismo dell’intelletto. Sono categorie che stanno al fondo delle categorie di tempo e di spazio e che rendono possibile l’esistenza e l’oggettività.»

Alzai la mano. Chiesi se parlasse di un tempo e di uno spazio fuori dalla concezione ordinaria. Lui scosse la testa.

«No. Parlo di accadimenti reali in quelle categorie primigenie. Ma non nel tempo lineare.»

Poi pronunciò una frase, quasi sottovoce, come se non fosse destinata all’aula:

«La successione nel tempo è abolita in quelle categorie… il tempo diventa altro da quella che è la concezione comune…»

All'epoca avevo annotato la frase sul quaderno, senza capirla davvero, ma con la certezza che il senso sarebbe emerso meditandoci su, come mi capitava passeggiando da solo per Bologna, osservando la gente nei bar e lungo le strade.

Nell’ateneo avevo conosciuto alcune ragazze del corso. Non ricordo con precisione l’occasione del primo incontro; so però che, a un certo punto, entrai in contatto con un gruppo di studenti di Comunione e Liberazione e venni invitato allo studentato, a casa loro. Conobbi Flavia: era bellissima, con i capelli biondi e gli occhi verdi. Me ne innamorai subito e cominciammo a frequentarci assiduamente, anche perché il suo interesse per me era evidente. Studiavamo insieme; io ero completamente assorbito dalla filosofia, che esercitava su di me un fascino irresistibile. Ero convinto delle tesi di filosofi come Nietzsche e Heidegger e gliele esponevo con entusiasmo. Lei era contenta del mio fervore e spesso mi lodava. Passeggiavo per il centro di Bologna, tra via Zamboni, viale Indipendenza e piazza delle Due Torri, assorbito da pensieri filosofici. Conoscevo ogni strada e riflettevo sui filosofi come se camminassero accanto a me.

Ma tutto questo era anche un modo per fuggire dalle scadenze degli esami. Ogni volta che ne affrontavo uno avevo la sensazione di non sapere nulla: davanti al docente cominciavo a sudare, la mente si svuotava e non ricordavo più niente. Eppure, solo pochi giorni prima, ero stato nella stessa aula in cui si teneva la lezione e avevo discusso con quel professore quasi alla pari. C’era Giulia, la mia fidanzata ufficiale, con cui condividevo le giornate e una normalità che mi rassicurava. Ma con Flavia era stato diverso fin dal primo momento. Con lei c’era una sensazione inspiegabile, come se ci fossimo già incontrati altrove, come se qualcosa ci precedesse. Non era mai stato un rapporto semplice, né del tutto reale.

Prima della notte in questione, avevo atteso a lungo. Seduto sul divano, aspettavo una chiamata da Flavia. Il telefono squillò, ma non risposi subito. Poi mi alzai dalla scrivania. Presi una bibita dal frigorifero e lasciai la porta della stanza spalancata. Seduto sul divano basso, bevevo a piccoli sorsi, nella posa di chi sta aspettando qualcuno. Pensai di leggere uno dei libri di filosofia di Kant curati proprio dal professor Schiavo. Ma non riuscivo ad andare avanti. Il mio appartamento era piccolo — una camera da letto, un soggiorno con cucina, un bagno — e dal divano riuscivo a vedere quasi tutto.

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