È sabato e sono le undici di mattina. Ho voglia di uscire e andare al bar a prendere un caffè. In un piccolo paese come Concordia sulla Secchia, in provincia di Modena, non c’è molto da fare. In fondo credo che sia così un po’ ovunque nelle province italiane: spesso l’unica alternativa al nulla è prendere l’auto e fermarsi al bar.

Serve a staccare e in tempi di crisi può aiutare anche questo.

Di solito mi siedo a un tavolino in disparte a leggere il giornale, evitando di attaccare bottone con qualcuno. Ma questa volta è diverso.

Appoggio il braccio al bancone e la signora Morini che mi conosce bene e sa che prendo sempre la stessa cosa, mi chiede:
«Caffè normale?»

Accompagna la domanda con un piccolo gesto della mano destra, come a dire che non ordinerò altro.

In realtà è una domanda retorica, per me il caffè è solo una scusa per leggere i quotidiani e staccare la spina dai problemi di casa. Insomma, un po’ come l’ora d’aria per i detenuti.

“Al Cèster… Sì sì, al Cèster. Ricordo solo una cosa: puzzava così tanto che non si riusciva a stargli vicino!”

Mi volto verso chi ha parlato e vedo che si tratta di una donna seduta al tavolino lì accanto.

Interviene anche la barista:

”L’andava sempar in gir… A tirava di quegli urli par strada…” 

Mi ricordavo di “Al Cèster”, era il matto del paese, come tanti altri nei paesini della provincia modenese e reggiana. Oggi sono spariti del tutto e, a volte, mi viene il sospetto che li abbiano in qualche modo “eliminati”. Mi ricordo di averlo visto, per la prima e unica volta, mentre frequentavo la scuola elementare “Barbato Zanoni”, avevo circa otto anni. 

Sono passati quasi quarant’anni da allora e sembra ieri. 

Non ricordo perché gli avessero affibbiato quel curioso soprannome, forse non l'ho mai saputo.

Era chiamato così per il modo in cui si vestiva: con certi pantaloni sformati, molto più grandi della sua taglia che era già notevole. La camicia a righe sporca e unta, e la cintura dei pantaloni slacciata, lo facevano assomigliare ad una specie di grossa botte sfasciata. 

Infatti, l’appellativo “Al Cèster”, in dialetto locale, ha proprio il significato di cesto, contenitore. 

Stavo giocando a biglie nel cortile della scuola durante la ricreazione, quando sentii una voce cavernosa chiamare. Mi voltai verso il muretto della recinzione e vidi, attraverso i buchi tra mattone e mattone, la grossa sagoma di un uomo. 

Tendeva la mano attraverso una delle fessure. 

Nel palmo della mano vidi sbucare l’orlo bianco di una figurina. 

”Le vuoi le figurine bambino?”

Mi ritrassi appena sentii quella voce rauca. A scuola ci avevano raccontato di quello strano personaggio, descrivendolo come una specie di mostro mangia-bambini. Eravamo alla fine degli anni '70 e ancora non c’era tutto quel parlare di pedofilia come oggi. Si usavano metafore più o meno mascherate per indicare un fenomeno antico, ma sempre attuale. Ero solo un ragazzino, non potevo saperne nulla di queste cose. Ricordo che mi avvicinai, nonostante le storie che circolavano, attratto da qualcosa di quella voce: era come una ninna nanna. Ripeteva sempre le stesse parole, ma ad attrarmi era il tono con cui le pronunciava, con un ritmo lento, quasi ipnotico. 

Mi avvicinai di più al muro. Quando lo vidi meglio, mi accorsi con stupore che, sopra quel corpo massiccio, c’era un viso coi lineamenti di bambino. Gli occhi avevano una benevolenza naturale e il sorriso era così aperto e ingenuo... Pensai a tutte le storie che si raccontavano sul suo conto e conclusi che dovessero essere vere e proprie fandonie. Pareva così buono che era impossibile potesse fare del male a chicchessia. Al tempo stesso in quegli occhi così sinceri, sembrava esserci una nota di follia. Il sorriso sulla bocca era come quello di una maschera con l'espressione statica e quegli occhi fissi, come quelli di una bambola. 

Era un po' come se dietro quello sguardo non ci fosse nulla di umano, ma qualcosa di insondabile e misterioso. Ma fu la consapevolezza di un istante: ero così felice per il trofeo che stringevo in pugno, che non ci feci caso più di tanto.

Stavo per tornare a giocare, quando sentii di nuovo quella voce inconfondibile:

” Bambino torna qui… ho le caramelle!” Scossi il capo, almeno per quel giorno ero a posto così. 

Guardai di nuovo quel faccione e mi accorsi che nell'espressione qualcosa era cambiato. 

Gli occhi erano diventati tristi, in netto contrasto con la bocca, dove indugiava lo stesso sorriso di prima. 

Ripetei il mio proposito di andarmene. 

In quel momento, suonò la campanella che segnalava la fine della ricreazione. 

“Bambino…” ripeté e in quella voce rauca notai un’inflessione malinconica e disperata. 

Fui preso da un senso di compassione e tornai indietro, lui aprì la mano e due caramelle gialle finirono nel mio palmo. Avevo appena chiuso la mano a pugno, quando sentii sul dorso il tocco leggero della sua. Ritrassi la mano spaventato, feci un passo indietro, mi voltai e corsi via. Scappai verso la scuola senza voltarmi, mentre immaginavo con orrore che “Al Cèster” fosse riuscito a scavalcare la recinzione e fosse già dietro di me. Il solo pensiero mi atterriva. 

Ricordo che corsi a perdifiato, come non avevo mai fatto in tutta la mia breve vita. Arrivai dentro la scuola e finalmente in aula. Solo dopo che mi era passato l’affanno e fui al sicuro al mio banco, guardai dalla finestra dell’aula verso la recinzione. Ma non c’era più nessuno. 

Ancora oggi non sono certo se quel gesto, quello sfiorare la mia mano, sia stato casuale oppure voluto. 

Chiedo alla donna seduta al tavolino se “Al Cèster” sia ancora vivo. 

“No è morto da un pezzo, dagli anni '80. Mamma mia quanto puzzava!”

Pago il caffè ed esco.

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