Rinaldo si era assopito sul divano, la televisione ancora accesa su un film che non ricordava nemmeno di aver scelto. Le immagini scorrevano senza fare rumore. Fu svegliato da bussate esitanti, colpi leggeri, trattenuti, come se qualcuno stesse cercando di non disturbare.
Era la vicina del pianerottolo.

«Scusa l’ora… ma sento un gatto miagolare. Forse è finito nel tuo box.»

Rinaldo, con la testa ancora impastata di sonno, infilò le scarpe senza allacciarle e la seguì giù per le scale. Nel corridoio dei garage le luci disegnavano ombre fredde sulle pareti di cemento.

Aprì la porta del suo box. Dentro non c’era nulla.
Solo la sua vecchia auto, qualche scatolone accatastato male e quell’odore pesante di polvere e olio che i garage non perdono mai.

«Era qui» disse lei, ma la voce tradiva già un dubbio.
Rinaldo si chinò a guardare sotto la macchina, poi dietro gli scatoloni. Niente.

Stavano quasi per richiudere quando un miagolio li raggiunse di nuovo.
Questa volta non proveniva dal box.

Era alle loro spalle.

Si voltarono di scatto. Il gatto era lì, seduto nel corridoio, la coda raccolta con ordine, lo sguardo pacifico di chi non ha niente da spiegare. In quella palazzina di sei appartamenti nessuno aveva un gatto e non assomigliava a quelli delle villette intorno.

La vicina sospirò di sollievo e si affrettò a darsi una spiegazione semplice: il gatto doveva essere uscito mentre loro guardavano altrove, forse si era infilato da chissà dove. Rinaldo annuì, troppo stanco per obiettare.

La mattina dopo, mentre andava al lavoro, un altro miagolio lo colse in contropiede. Era già seduto in auto, sportello chiuso, cintura a metà, quando il verso netto e inconfondibile rimbalzò dentro l’abitacolo.

Rinaldo si girò lentamente.
Sedili vuoti.
Tappetini puliti.
Nessun gatto.

Scese, controllò sotto l’auto, fece il giro del parcheggio. Niente. Poi, proprio mentre stava per risalire, un nuovo miagolio alle sue spalle lo costrinse a voltarsi.

Il gatto era lì.
Ancora una volta.

Esattamente dietro di lui.

Calmo. Impassibile. Come se lo stesse seguendo da sempre.

Rinaldo si passò una mano sul volto incredulo. Era quasi certo di non aver lasciato aperti i finestrini. E di non aver visto nessun gatto scendere dall’auto.
«Ma… come fai?» mormorò.

Il gatto inclinò la testa, come se la domanda fosse pertinente ma non urgente.

Quella stessa sera, dopo il turno di lavoro, Rinaldo era rimasto l’ultimo a uscire. Il parcheggio sotterraneo era vuoto, illuminato solo dai led sopra la sua testa. L’aria era carica di umidità.

Un miagolio sottile rimbalzò tra le pareti di cemento, flebile ma insistente. Rinaldo si fermò, il cuore che accelerava. Quel richiamo lo conosceva bene, eppure lì non c’era anima viva.

Salì in macchina, la portiera si chiuse con un clic sommesso. Il miagolio continuò, come se provenisse dall’interno dell’abitacolo, un richiamo sordo eppure vicinissimo. Lo ignorò e partì.

La pioggia cominciò a scrosciare, un diluvio improvviso che trasformava tutto in riflessi sfocati.

Il miagolio si fece più chiaro, impellente.

Si fermò ad un distributore deserto, pompe abbandonate sotto il cielo scuro. Il rumore della pioggia sembrava coprire ogni altro suono. Con le mani che gli tremavano leggermente, aprì il cofano.

Lì, nascosto dietro la batteria, un piccolo gattino tremava, incastrato tra tubi e cavi.

Impaurito. Invisibile a chiunque non avesse deciso di ascoltare quel richiamo.

Rinaldo lo prese tra le mani.

Per un istante, mentre si rialzava, gli parve di scorgere qualcosa poco più in là, oltre il cofano socchiuso. Un’ombra scura, ferma ai margini della luce del distributore, con una forma che conosceva fin troppo bene. L’altro gatto. Quello apparso nel corridoio, quello che sembrava arrivare sempre alle sue spalle.

La pioggia lo attraversava senza definirlo davvero, come se fosse fuori fuoco. Un contorno incerto, appena accennato, più suggerito che visto. Rinaldo sbatté le palpebre, il cuore in gola.
L’ombra rimase ancora un secondo, poi si dissolse di colpo, inghiottita dal buio e dal rumore dell’acqua.

Il gattino tra le sue mani miagolò piano e si rannicchiò contro il suo petto, senza opporre resistenza, come se avesse sempre saputo che sarebbe finita così.

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