«Il tempo è un pistolero lento».
Il vecchio oscillava sulla sedia a dondolo guardando fisso davanti a sé.
«Europeo, vero?» domandò, e solo a quel punto mi convinsi che a parlare non era stato il vento che soffiava lamentoso dal deserto.
«Sì» confermai, «di passaggio».
«Si vede» disse lui. «Vi guardate intorno come si vi aspettaste di veder saltar fuori da un momento all’altro John Wayne o Clint Eastwood».
Mia moglie e i miei figli stavano saccheggiando il mirabolante emporio di Sanderson Creek, Arizona, mentre io ero sulla veranda. Mi sedetti accanto al vecchio. Avevo capito che era iniziata una conversazione e che non ero a detterne i tempi.
«La realtà era un po’ diversa» disse il vecchio.
Si voltò, mostrandomi un viso rugoso come la corteccia d’un albero morto. Una zaffata acre di tabacco, alcool e whisky m’investì prima di essere portata via da una folata misericordiosa. «Mai sentito parlare di Doc Scythe?» chiese.
Negai, un po’ deluso. Mi sarei aspettato una storia su Jesse James o Billy the Kid.
«Già» disse, «non è una leggenda, lui».
Tornò a voltarsi verso il deserto, poi riprese: «Lavorava per i grandi proprietari terrieri, le compagnie minerarie, le ferrovie… chiunque pagasse abbastanza. Il vecchio Doc ne fece fuori più del vaiolo».
Pensai che, a questo punto, avrei dovuto chiedergli se voleva qualcosa da bere, ma non dissi niente. Dopotutto era stato lui a cominciare.
«Non si chiamava Doc Scythe, ma quel nome gli calzava benissimo».
La padrona dell’emporio uscì e posò un boccale di birra sul tavolo. Notai che si era formato un alone indelebile, come se, nel corso degli anni, la birra fosse stata sempre appoggiata nel medesimo posto.

Il vecchio allungò la mano, prese il boccale e ingollò un sorso, poi rimise tutto dove si trovava. «Come si dice nei western? “Nessuno era più veloce di lui”». 

Ridacchiò con un suono che ricordava il crepitio della legna sul fuoco. «Si stabilì da queste parti nel 1909». Si mise una mano nel taschino della camicia e cominciò a rovistare. «Si era fatto una lista di nemici lunga come le linee del telegrafo. E poi c’erano quelli che si credevano più veloci di lui. Un’altra linea, da una costa all’altra».
Estrasse una sigaretta e la mise in bocca senza accenderla. «Per l’economia del paese fu una svolta. Il vecchio becchino era appena morto e mio padre prese il suo posto. Divenne ricco». 

Riprese a rovistare nel taschino. «Pistoleri da strapazzo venivano da mezzo paese come cespugli di tumbleweed portati dal vento. Arrivavano, sfidavano Doc e lui li accoppava. Intorno al 1910, la faccenda finì. Forse si erano convinti che nessuno era più veloce di lui. Scythe la prese male. Non riusciva a smettere». Estrasse un fiammifero di legno, lo sfregò contro la sedia e accese la sigaretta proteggendola con l’altra mano. «Di uccidere» precisò.
Un effluvio forte e aromatico, non del tutto spiacevole, aleggiò nell’aria. «Prese ad andarsene in giro vestito di nero come l’angelo della morte. Un giorno andò all’ufficio dello sceriffo con foglio in mano e lo inchiodò sulla porta».
Il vecchio spense il fiammifero con un gesto preciso del polso un istante prima che la fiamma gli scottasse le dita.
«Il suo testamento» spiegò. «Chiunque fosse riuscito ad accopparlo si sarebbe beccato cinquantamila dollari. I risparmi di una vita. O di molte morti».
Gettò il fiammifero per terra, spegnendolo col tacco.
«Non servì a niente, anche se nessuno osò togliere quel pezzo di carta. I morti però non cessarono».
Si voltò verso di me. Alla luce della sigaretta i suoi occhi, sotto il cappello, sembravano avere un brillio inquietante, come orbite vuote con dentro una candela accesa.
«Nella primavera del ‘12 Mary Delgado sparì, poi fu la volta di June Arnot, Betty Ferguson, Matt Brewster, Timothy Kane, Luis Paggot…».
«Un assassino seriale?».
Il vecchio fece spallucce. «Quell’inverno toccò a Martha Nightfire. Se non fosse stato per Scythe, probabilmente avrei sangue indiano nelle vene. Mio padre la prese male, ma non troppo. Difficile credere che l’avrebbe sposata; erano altri tempi. Chi la prese peggio fu quello avrebbe potuto essere mio nonno. Si ritirò sulle colline e fece quello che gli Apache fanno in questi casi, qualunque cosa sia».
Tirò una lunga boccata poi trangugiò un’altra generosa sorsata di birra.
«Nell’estate del '13, un tale comparve in mezzo a Main Street, proprio lì, davanti a noi e… be’, era vestito come in un film di Sergio Leone, con una specie di mantello nero sbrindellato che sbatteva al vento del deserto… insomma, non c’era nessun dubbio su che cosa volesse».
Spense la sigaretta in quel che rimaneva della birra e riprese a parlare.
«Doc Scythe non si fece attendere. Potete credere tutto quello che volete, ma i duelli erano rari. Non era uno scherzo ammazzare la gente per strada, neppure da queste parti. 
Per strada non c’era anima viva e mancava solo la campana che suonasse mezzogiorno.
Scythe fu veloce. Aveva oltrepassato la settantina, ma era ancora in grado di prendere una mosca al volo. Fatto sta che sparò per primo.
E l’altro restò in piedi.
Mio padre si era nascosto nel vecchio saloon, quello che c’era qui prima di questo emporio.
Doc Scythe aveva sbagliato. Probabilmente, in quel momento, all’Inferno infuriava una tempesta di neve, ma non c’era dubbio che Scythe avesse sbagliato.
Lo sconosciuto se ne stava lì, immobile in mezzo alla strada, in piedi. Doc guardò la pistola, poi lo straniero. Quello cominciò a estrarre, ma lentamente, come uno che si è appena svegliato. Forse fu questo a scuotere Scythe. Prese la mira e sparò un altro colpo. E quello restò in piedi».
Il vecchio emise un colpo di tosse secco come un osso che si rompe.
«Mio padre ci raccontò la scena seguente un’infinità di volte. Credo che l’abbia sognata ogni notte fino al giorno in cui tirò le cuoia. Doc Scythe si fece sotto allo straniero svuotandogli contro l’intero caricatore, mentre quello estraeva pian piano, come se avesse qualcosa più importante da fare. Alla fine Scythe fu abbastanza vicino da poter puntare la pistola contro la fronte dello straniero. L’altro fece lo stesso».
Il vecchio rabbrividì come se il vento si fosse fatto più freddo.
«Poi Scythe cominciò a urlare. Una voce stridula, da bambino spaventato.
Infine lo straniero sparò.
Doc Scythe crollò a terra e lo sconosciuto rimise la pistola nel fodero, si voltò e si allontanò calmo com’era venuto».
Il vecchio mi guardò e disse: «Da allora ce la prendiamo comoda, da queste parti. Nessuno era più veloce di Doc Scyhte, ma è il pistolero lento quello che ti ammazza». Poi tornò a fissare il deserto.
La mia “tribù” uscì dall’emporio carica di stetson, punte di freccia, tomahawk e altre amenità. Mentre le caricavamo in macchina diedi un’ultima occhiata al vecchio, intento a dondolarsi con lo stesso, placido, costante ritmo.
Un giorno si sarebbero accorti che aveva smesso di oscillare e avrebbero capito che era morto.
Ma senza fretta. 

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