Camminando nelle zone più residenziali del paese mi capita di gettare uno sguardo incuriosito alle case.
Molte, in questo periodo, hanno le persiane serrate. I loro proprietari sono in vacanza e le case sono come orfane di vita. 
Questo pensiero mi ha fatto riaffiorare alla memoria quell’intenso film di Kim Ki Duk: “Ferro 3. La casa vuota.”
Mi immagino il protagonista che, come nel magico film del regista coreano, entra nelle case disabitate del mio paese, non per profanarle, ma, per ridare loro una sorta di vitalità perduta. Me lo immagino che si fa una doccia avendo l’accortezza di pulire tutto, che aggiusta una zanzariera che non funzionava più e si scatta foto con lo smartphone per ritrovare forse un’identità smarrita. 
Come faceva, tra l'altro, il personaggio di Dennis Hopper ne “L’Amico Americano” di Wim Wenders. Eravamo nel 1977  e  Dennis lo faceva con le polaroid.
E così, ogni giorno, ripercorro il solito percorso passando davanti a queste case con la speranza assurda e surreale che Tae-Suk , il protagonista di Ferro 3, sia seduto con grazia su un divano rosso in pelle di bufalo, aspettando che lo vengano a trovare i propri pensieri, accogliendoli, per poi farsi accarezzare dalle lunghe ombre della sera, addormentarsi nell’oscurità e il giorno dopo, fare colazione nella grande cucina con l’isola centrale, riposizionare meglio i magneti sul frigorifero e, poi dirigersi verso una nuova casa disabitata, entrarvi e dare da bere alle piante di mango e bergamotto nel grande salone con le vetrate che danno su un portico su cui siederà per un istante su una sedia da giardino in resina intrecciata per poi alzarsi, rientrare e dirigersi nella stanza dei bambini, soffermarsi davanti ad una foto in cui il fratellino e la sorellina guardano l’obbiettivo e salutano chi sta scattando la foto, forse il padre o la madre o il nonno e, ancora permeati dalla magia dell’infanzia, salutano verso il Futuro, verso Tae-Suk, che li sta guardando.

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