Il pomeriggio era assolato, faceva ancora caldo in quelle giornate di settembre.   Avevo appuntamento al centro con Marina. In genere non amo dedicarmi allo shopping, ma c’era un’aria così luminosa e tiepida che faceva venir il desiderio di fare tutto, anche ciò che generalmente non piace. La strada era gremita di gente, era un viavai di colori, di suoni e di coni- gelato traballanti. Si era al rientro dalle vacanze e ciascuno provava a prolungare ancora quella leggerezza e quell’allegria che l’estate aveva regalato, in attesa dell’autunno che di lì a poco avrebbe cancellato l’euforia della bella stagione. Qualche negozio era ancora chiuso per ferie, e giaceva solitario con la saracinesca abbassata deludendo le persone che vi si avvicinavano. Marina entrò in un negozio di borse, ma dentro era pieno di gente, preferii rimanere fuori ad aspettare. Mi guardavo intorno, feci qualche passo in avanti per ammirare la vetrina di una bella cartoleria  che esponeva dei mappamondi. Rimango sempre colpita dal mappamondo, ha una forma così perfetta, così tonda e materna, hai voglia di accarezzarlo e di farlo girare all’impazzata, come se volessi mescolare gli eventi del mondo e agitare il pianeta alla guisa di un mazzo di carte sperando che esca finalmente quella per noi vincente.

Più avanti c’era un negozio di abbigliamento, uno di quelli chiusi per ferie. La serranda abbassata era a vista, avvicinandosi si poteva sbirciare al suo interno. E così feci, attirata da due manichini, uno maschile ed uno femminile, posizionati in vetrina. Era piuttosto buio e volevo guardare gli abiti che indossavano, soprattutto quello da donna, ma, appena mi avvicinai con il naso schiacciato sulla saracinesca per vedere meglio, mi accorsi, strabuzzando gli occhi nell’oscurità interna, che il manichino donna muoveva la testa. Era bionda, con i capelli ondulati e il viso sorridente, piegò il capo e disse qualcosa, ma non riuscii ad afferrare le parole. Poi si voltò verso il manichino uomo, curiosamente calvo, e gli sussurrò all’orecchio,  anche queste parole non le compresi.  La testa calva ruotò verso di lei, parlavano tra loro ma non riuscivo a capire nulla, forse era un loro linguaggio segreto!  Dentro, tutto era buio. Polvere di luce entrava dalle fessure della saracinesca formando dei colori tenui, simili a quelli dell’arcobaleno. Mi sembrò per un momento che lui avesse posato la sua mano su quella di lei, sempre continuando a sussurrare qualcosa; poi, tacendo, si voltarono verso di me e mi sorrisero, sembravano contenti che io stessi lì a guardarli rapita, forse da giorni desideravano che qualcuno si fermasse a guardarli.

“Ma dove eri? E' un quarto d’ora che ti cerco, guarda cosa ho comprato!” La voce di Marina risuonò alle mie spalle e mi colpì come una freccia. Girai la testa per risponderle, le chiesi di avvicinarsi in silenzio affinché anche lei assistesse a quello strano colloquio tra i due manichini, ma quando mi voltai verso la vetrina, tutto era tornato come prima, i manichini erano immobili e privi di espressione, avvolti dal buio e dall’indifferenza della gente.

“Cosa c’è da guardare? Non vedi che il negozio è chiuso?” – chiese stupita Marina – “Dai, sbrighiamoci, si sta facendo tardi” – aggiunse.

Mi staccai dalla vetrina e mi rituffai malvolentieri nella confusione generale e nella luce obliqua del tardo pomeriggio.

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