C’era una volta… il Burian. Qualcuno lo chiamava Buran, ma lui non ci faceva caso. Era un tipo gelido, un profugo… veniva della Siberia. Era talmente freddo che aveva preso il volo, non un aereo perché era un povero diavolo senza uno straccio di rublo e anche se ne avesse avuti, di rubli, li avrebbe spesi tutti per coprirsi.

Aveva sfruttato una corrente ascensionale, su su sopra gli Urali, fin quando il suo respiro polare aveva intiepidito l’aria. Allora giù in picchiata verso l’orizzonte dell’ovest, scrollandosi neve e gelo di sopra al tabarro, perché là, dove rosso era il cielo, sperava nel calore dei corpi di gente ospitale.

In un batter di denti, piuttosto che d'ali, era volato su Mosca, s'era infilato in Crimea dove abitava un'amica: certa Ombra, più gelida che mai… frigida forse. E ancor più giù, in volo cieco sloveno, aveva centrato un pertugio seguendo le note tiepide di un pianista ungherese…

In Croazia era stanco, ma dall’alto aveva notato una contorno invitante… gli era sembrato materno, quasi famiglia. Si era tolto il mantello e dai buchi era scesa copiosa la neve imbiancando le cime, i tetti, le forme, i confini di un profilo a stivale.

Sperando in calda accoglienza si era posato sul cuoio del suolo, ma... grande stupore! La gente e le strade eran fredde, perfino l’intorno era gelo polare: un lungo viaggio ed eccolo lì, tornato di nuovo al suo paese natale.

 

© Cesare Ferrari 

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