Esiste una parola portoghese, nata dalla cultura galiziana, intraducibile in italiano: saudade.
È intraducibile perché è un miscuglio di malinconia e mancanza, persino per ciò che non hai ancora perso ma sai che perderai, mescolato a un ricordo felice che continua a restare felice nonostante tutto.

 

Oggi mi è tornato alla mente un ricordo. Uno di quelli che non sembrano importanti e che il cervello mette in un angolo, per fare spazio a quelli più rilevanti.

Mentre asciugavo i capelli alla mia bambina dopo la doccia, ho avuto un piccolo flash.

Io bambina, forse quattro o cinque anni, seduta sul letto della cameretta nella nostra casa felice, un piccolo appartamento al secondo piano. Mia madre mi asciuga i capelli con il phon.

 

Mia madre oggi non c’è più.

 

Boom. Un colpo al cuore.

 

Per un secondo sono stata di nuovo lì. Ho sentito l’odore di quella casa, e la sensazione delle sue mani che mi accarezzano la testa per separare le ciocche ricce e ribelli, cercando di far durare il meno possibile quella piccola tortura.

È durato pochissimo. Poi ho provato a ricordare altro, ma il ricordo si è chiuso, come un cassettino che si blocca all’improvviso, lasciandomi addosso un sapore amaro. Quello della saudade.

 

La saudade è quando il corpo va avanti ma il cuore rimane indietro.

Ti sorprende nei momenti banali: un video nella galleria del telefono, un profumo improvviso, una canzone alla radio, un’amica che incroci per strada, un sogno che ti restituisce chi non c’è più, una sedia vuota, un posto a tavola che manca.

A volte è tutto questo, altre volte non è niente di tutto questo.
C’è e basta.

Non è un dolore continuo, non è sempre tristezza. È qualcosa di più sottile: una presenza che manca e proprio per questo occupa tutto lo spazio. Dura un attimo, poi passa. E non puoi dominarla: puoi solo lasciarti attraversare.

Forse è un modo che chi non c’è più usa per farsi sentire.
O forse è semplicemente l’amore che non smette di restare.

A volte credo che la saudade sia questo:
non ricordare qualcuno, ma essere, per un istante, di nuovo accanto a lui.

E quando finisce, non è lui che se ne va un’altra volta.

Sei tu che torni indietro.


 

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  • zeroassoluto: 👏👏👏
    Bravissimo Carlo; un super racconto!

  • CarloAnti: Grazie dei commenti lusinghieri:))) le teorie sono tante e spesso divergenti.

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