«Non puoi continuare così» disse infine Naima, con una calma che non ammetteva repliche. «Non sei fatta per sparire. Stai sempre a casa e non esci mai».

Samira sospirò, senza alzare lo sguardo. «Sto bene. Ho solo bisogno di un po’ di tempo».

Naima scosse la testa. «No. Hai bisogno di gente. Di rumore. Di ricordarti che il mondo esiste anche fuori da queste mura». Si avvicinò alla finestra e la spalancò, lasciando entrare l’aria tiepida e il sole. «Navruz è tra pochi giorni. Vieni con me».

Samira si fermò. «La festività del Navruz?» ripeté piano, come se quella parola avesse risvegliato qualcosa di lontano. Si ricordò dei colori, della musica, delle tavole piene e delle risate che si mescolavano agli odori delle spezie.

«Sì» continuò Naima, sorridendo per la prima volta. «Ci sarà gente, danze, volti nuovi. Non per dimenticare, ma per respirare. Anche solo per una sera, e questa volta andremo insieme, io e te».

Samira esitò, combattuta tra la voglia di chiudersi ancora e quella, improvvisa e fragile, di sentirsi parte di qualcosa. Poi annuì lentamente.

«Va bene» disse. «Solo per una sera, però».

Naima le strinse la mano, come se avesse appena vinto una battaglia silenziosa. E per la prima volta dopo molto tempo, Samira sentì che forse quella festa non era solo una celebrazione dell’anno nuovo, ma l’inizio di qualcosa anche per lei.

La festa si svolgeva a Herat, nella parte antica della città, dove le strade strette e i cortili nascosti si animavano con i colori e i profumi della primavera. Le facciate delle case, ornate da stucchi delicati e finestre di legno intagliato, riflettevano le luci tremolanti delle lampade appese e trasformavano la notte in un mosaico di ombre e colori.

Quando arrivarono la festa era già viva, come un cuore che batteva senza tregua. Fili di luci colorate attraversavano le piazze e i vicoli, oscillando sopra le teste della gente, mentre dai cortili si diffondevano le note dei tamburi e degli strumenti tradizionali. Tavoli improvvisati coperti di stoffe ricamate ospitavano piatti fumanti di riso speziato, dolci al miele e frutta secca. L’aria era piena di spezie e profumi che mescolavano passato e presente.

La musica saliva da più punti, intrecciandosi: tamburi profondi, strumenti a corda, voci che cantavano della rinascita e della primavera. La gente danzava in cerchi spontanei, mani che si univano, volti che sorridevano senza esitazione. Giovani e anziani si muovevano insieme, alcuni con passi incerti, altri sicuri, ma tutti con la stessa gioia semplice e contagiosa.

Naima trascinò Samira in uno di quei cerchi, e per la prima volta dopo molto tempo Samira sentì il battito della vita intorno a sé, come se Herat intera stesse respirando insieme a loro. Per una sera, tra musica, luci e risate, la città ricordava a tutti che la primavera è anche rinascita, e che persino chi si era nascosto troppo a lungo poteva ritrovare il proprio posto nel mondo.

Tornando a casa, a notte ormai inoltrata, le luci della festa si spensero alle loro spalle una a una, come se il Navruz avesse deciso di lasciarle andare solo quando aveva fatto il suo dovere. Camminavano piano, senza fretta, con le dita intrecciate quasi per distrazione, come si fa quando non si ha più bisogno di spiegare nulla.

Qualcuno, affacciato a una finestra o seduto su una panchina, avrebbe giurato di aver visto due amiche stringersi per strada, ridere sottovoce e tenersi la mano per non perdersi nel buio. E guardando le loro ombre riflesse sulla terra umida, allungate dai lampioni, non si sarebbe potuto dire se appartenessero a due donne di settantacinque anni o a due ragazze di diciannove.

C’erano solo due ombre vicine, un passo condiviso e la certezza silenziosa di non essere più sole.

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