Quando arrivai sull’isola di Lumiflora, il sole stava già scendendo contro le alte montagne. La luce del tramonto scivolava sulle rocce come acqua fresca, colorandole di rosso e oro. L’aria aveva il profumo del mare e di qualcosa di dolce che non riuscivo a riconoscere. In quel momento capii che non ero venuta fin lì soltanto per studiare delle piante. Ma per assistere una persona nel difficile e delicato tentativo di salvarle. 

Vicino a un piccolo molo di legno mi aspettava il professor Adrian Keller. Era alto e ancora sorprendentemente dritto nonostante i quasi settant’anni. Il vento dell’oceano gli spettinava senza tregua i capelli bianchi. Quando mi vide arrivare sollevò una mano in segno di saluto.

«Lei dev’essere la dottoressa Ferri.»

«Chiara va benissimo,» risposi stringendogli la mano ruvida e calda, quella di qualcuno che aveva passato molto tempo all’aperto.

Mi osservò per qualche secondo con sguardo curioso.

«Allora Chiara» disse, «preferisce vedere prima l’isola o le piante che stanno cercando di sopravvivere su di essa?»

«Immagino che le due cose siano collegate.» Sorrisi.

«Molto più di quanto sembri.»

Fece un cenno verso un vecchio furgoncino parcheggiato poco lontano.

«Salga, le faccio vedere il mio laboratorio… anche se non gli assomiglia per niente.»

Viaggiammo lungo una strada di terra battuta. Dopo qualche minuto m'indicò una distesa di vegetazione bassa tra le rocce.

«Lì. Quelle sono le Lumiflorie.» 

Guardai dal finestrino. Nella penombra alcune foglie emettevano un debole bagliore azzurro.

«Sono bellissime» sussurrai.

Keller annuì.

«Lo erano di più dieci anni fa.»

Scendemmo vicino a una radura. Una delle piante era secca e ripiegata su se stessa.

«Quante ne sono rimaste?» Chiesi.

«Meno di quante servirebbero per salvare questo vecchio pianeta.» E sfiorò la pianta morta.

«Quando ne muore una» commentò, «qualcosa di piccolo ma importante sparisce dal mondo.»

Mi spiegò che ogni specie rappresentava milioni di anni di evoluzione. Lumiflora era nata da semi arrivati per caso sull’isola vulcanica milioni di anni prima.

Quel processo si chiamava radiazione adattativa: pochi antenati lontani avevano dato origine a migliaia di nuove specie.

Più tardi ci fermammo sul bordo di una scogliera.

«Prima che tutto cambiasse» disse, «il pianeta era un paradiso.»

Poi pronunciò le parole che ormai tutti temevano: i ragni alieni.

Le loro reti avevano ormai coperto gran parte della Terra, bloccando la luce e fermando la fotosintesi.

Lumiflora era una delle poche isole ancora libere.

Guardando la valle verde capii che la vera battaglia non era solo contro i ragni.

Era tra la memoria del paradiso e l’ombra che si era stesa sopra di esso.

«Ed è proprio per questo» aggiunse, «che dobbiamo salvarle.»

La parete della montagna scendeva quasi verticale verso l’oceano, coperta di una fitta vegetazione, come una pelliccia verde.

«Guardi laggiù.» E indicò alcune piante con lunghi fiori tubolari. «Clermontia: esistono solo qui.»

Spiegò che quei fiori erano fatti per accogliere il becco di un solo uccello impollinatore.

«Sulle isole l’evoluzione funziona così. Pochi arrivi casuali e poi milioni di anni di esperimenti.»

Poi mi parlò della Brighamia insignis. 

Una pianta impollinata quasi esclusivamente da una falena notturna, la Agrius cingulata.

Ma la falena stava scomparendo. 

«Senza di lei la pianta smetterebbe di riprodursi.»

Aprì una valigetta piena di strumenti e corde. Ne legò una alla vita, s'infilò qualcosa in tasca e si avvicinò al precipizio.

«Lei… scende laggiù?» Chiesi.

«Quando serve.»

Si calò lungo la parete rocciosa fino a raggiungere una pianta.

Poi estrasse un pennellino e sfiorò l’interno dei fiori.

Sembrava davvero una falena che volava tra i petali.

Quando tornò su sorrideva.

«Se il lavoro è fatto bene» disse, «torno dopo qualche settimana e trovo frutti pieni di semi.»

Per la prima volta capii davvero cosa significasse essere uno scienziato su quell’isola.

Non era solo studiare le piante, ma aiutarle a sopravvivere.

Il suo laboratorio era un piccolo edificio costruito ai piedi di una massiccia formazione rocciosa. Ci arrivammo percorrendo un sentiero stretto e tortuoso che si inerpicava tra alberi, rocce sporgenti e radici intrecciate, per poi giungere a una parete di pietra grigia. La roccia alla quale mi riferisco era quella che dominava la valle sottostante, alta e scura, quasi a protezione del laboratorio. 

All’interno un grosso spazio era occupato da un pannello digitale su cui alcune mappe scorrevano lentamente. 

Le zone ancora vive del pianeta apparivano come macchie verdi.

Il resto era coperto da una trama grigia: la rete di seta dei ragni.

«Una volta erano continenti interi.»

Indicò lo schermo. 

L’Amazzonia era quasi spenta. La Siberia era silenziosa. Il Congo stava cedendo.

Restavano solo poche isole.

«Le foreste non stanno più cercando di avvertirci.» Disse Keller.

«E allora cosa stanno facendo?»

«Stanno resistendo condividendo tutto ciò che hanno: acqua, nutrimenti, segnali…»

Le linee verdi sulla mappa pulsavano debolmente.

Fuori dal laboratorio il vento faceva brillare le Lumiflorie nella notte.

«Quante isole sono rimaste?» 

Lui fece scorrere la mappa: pochi punti verdi nell’oceano.

«Ogni mese ne perdiamo un paio.»

Sul grande schermo una luce si spense.

«E i ragni?» Domandai.

Rimase in silenzio per qualche secondo.

Mi guardò preoccupato: «Non stanno più arrivando. Sono già qui.»

Fuori l’oceano respirava lentamente contro la scogliera.

L’isola era ancora viva.

Le piante continuavano a comunicare tra loro sotto la terra.

In tutto il Pianeta rimanevano solo pochi luoghi come quello.


 

 

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