Una fredda domenica di dicembre passeggiavo tra gli edifici chiusi e vuoti del Politecnico di Milano. Mi faceva impressione vedere il campus universitario quasi completamente deserto. Mentre mi guardavo intorno però i ricordi iniziarono a fluire e a prendere spazio, fino a riempire quello sfondo anonimo.  

La prima volta che ero entrato in una di quelle aule era il 2019. 

Alla vista di oltre duecento persone avevo tremato con tutto il corpo. D'istinto sarei corso a casa e forse, se avessi saputo ciò che mi aspettava, avrei fatto bene a farlo. Negli anni precedenti avevo seguito gli stessi itinerari con grande diligenza, come una formica operaia che va e torna dal proprio nido. Casa di mamma, scuola, casa di babbo, scuola, uscite con amici poche e poi di nuovo casa… Ero rimbalzato come una pallina in quella piccola fetta di Romagna dove vivevo.

Quel giorno però iniziavo un nuovo percorso, quello che più attendevo, ma cazzo se mi spaventava. Era tutto da ascoltare, scrivere, capire per un ingenuo come me, non potevo che vivere quell'esperienza e sperare nel meglio. Una cosa mi fu chiara fin da subito, in quel nuovo ambiente era tutto innaturale e faticoso. 

Fino ad allora incapace di gestire le mie fragilità, mi ero adoperato per ridurre al massimo gli attriti con l’esistenza. Avevo eliminato ogni cosa che potesse mettere in luce le mie imperfezioni e forse ci ero riuscito. Con l’università però tutto sarebbe cambiato, ero costretto dalle circostanze a uscire allo scoperto. Il primo anno infatti è stato causa di un piccolo cortocircuito mentale ma poi, col passare del tempo, un’inspiegabile forza mi ha permesso di rielaborare il tutto. 

Oggi posso rivivere con maggiore chiarezza il mio ingresso in facoltà. Un ragazzo di un metro e novanta, esile, con capelli ricci un po' arruffati e un paio di occhiali tondi. Passando alle skill sociali, potevo contare su una mia qualità, l’autoironia, uno scudo per distrarre l’interlocutore, una sorta di: “Se non puoi convincerli almeno falli ridere”. 

La dura realtà è che a nessuno in quell’aula importava come apparissi o mi ponessi. Vivevo però ognuno di loro come fossero uno specchio anzi, un centinaio di specchi che riflettevano e ingrandivano le mie insicurezze e non potevo più evitare di viverle. 

Sei anni dopo ricordo queste cose con affetto: gli imponenti edifici dell’ateneo che un tempo trovavo minacciosi, non mi spaventano più.

Oggi inizio un nuovo capitolo della vita e mi sento di nuovo un po' smarrito e impreparato. Ritrovo però il mio coraggio ripensando alle imprese di quel ragazzo inesperto che, quasi senza accorgersene, iniziava a farsi spazio nel mondo.

 

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