Avevo otto anni, abitavo a Termini Imerese assieme ai miei genitori e a Cettina, la mia sorella minore. Eravamo originari della provincia di Messina, ma a causa del lavoro di mio padre ci eravamo stabiliti da tempo in quella ridente cittadina della provincia di Palermo.

Un giorno mia sorella ed io manifestammo il desiderio di poter avere un cagnolino da accudire e da portare a passeggio. Mia madre alla nostra richiesta si dimostrò contraria poiché detestava gli animali, tanto da ripeterci: «L'acquario con i pesciolini basta e avanza!»  

Mio padre, avendo invece un carattere accondiscendente, stava quasi per accontentarci, ma per evitare discussioni trovò una soluzione congeniale.

Una sera, poco prima di Natale, rincasò con una gabbia in mano e con un curioso animaletto all’interno. Si trattava di un coniglietto, un regalo di un suo amico allevatore.

Era bellissimo, tenerissimo, bianchissimo e morbidissimo. Lo chiamammo Bianchino. Non era proprio ciò che ci aspettavamo, però non ci importava in quanto per la prima volta in casa avevamo una bestiolina tutta per noi.

Mia madre eccezionalmente tollerò il nuovo arrivato, a patto che ci prodigassimo ad accudirlo costantemente, dandogli da mangiare, da bere e soprattutto all’occorrenza pulirgli la gabbia. Potevamo lasciarlo saltuariamente libero soltanto sul balcone e nel corridoio. Guai se fosse entrato nel soggiorno, in cucina o nelle camere da letto.

Bianchino ci riempiva le giornate, lo accarezzavamo, lo baciavamo, lo prendevamo in braccio e giocavamo tantissimo con lui. Tra le varie cose, lo viziavamo con il cibo (lattuga, grissini, crackers, carote etc.) tant'è che, da una piccolo batuffolo bianco, col tempo divenne una palla di pelo bianco. Per noi appariva sempre e comunque il nostro piccoletto.

In estate mio padre ci annunciò che avendo due settimane di ferie a disposizione saremmo andati a passare le vacanze nel messinese, precisamente dai nonni paterni nella loro casetta di campagna situata a Centineo. Ogni anno avevamo questo graditissimo rituale, per di più con l'occasione di rivedere i parenti. Eravamo felicissimi, in particolar modo io e mia sorella dal momento che pregustavamo i giochi da fare all’aperto assieme ai nostri cuginetti. Ovviamente dovevamo portare il coniglietto con noi, d'altro canto chi avrebbe pensato a lui in quelle due settimane fuori casa?

Una volta sistemati i bagagli nel cofano della Hyundai rossa di papà, salimmo in macchina e, come la più classica delle allegre famigliole, partimmo in una soleggiata mattina di Agosto.

Agli inizi degli anni novanta l'autostrada non copriva l’intero tratto Palermo - Messina e fummo costretti, da Cefalù in poi, a percorrere strade e stradine secondarie, impiegando non poco tempo per arrivare a destinazione. La principale preoccupazione era che il coniglietto ne avrebbe risentito per il caldo torrido, non di rado aprivo la gabbietta soffiandogli e accarezzandolo dolcemente.

Finalmente verso le undici arrivammo dai nonni. Fu festa grande in quanto ci erano mancati molto e, come già detto, avremmo passato una quindicina di giorni spensierati e in pieno relax.

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