In una cantina umida che puzzava di mistero e fermentazione clandestina c’erano cinque damigiane piene di un liquido che Mastr’Angelo, il suocero di Enzuccio, chiamava con un ottimismo degno di un pioniere “il mio vino”.

Ora, per le persone dotate di papille gustative ancora funzionanti, quella sostanza era ufficialmente aceto. Non un aceto qualunque, di quelli gentili che usi per l’insalata, ma un liquido muriatico, un’arma chimica naturale capace di sverniciare una cancellata in ferro battuto in pochi minuti: era veleno.

Il suocero di Enzuccio era una bravissima persona ma aveva un piccolissimo difetto: era orgoglioso delle sue abilità enologiche e ogni dubbio che qualcuno gli manifestava  espandeva la sua permalosità.

Quando versava il suo vino, il rumore non era quello armonioso del vino che cade nel calice, ma un sinistro gorgoglio che sembrava dire: "Preparate il bicarbonato". Il colore? Un rosso rubino ... se per rubino intendiamo il nero del croupier.

L'odore, poi, era una dichiarazione di guerra. Appena stappato, le mosche nel raggio di tre chilometri cadevano stecchite in volo sincronizzato. Ma lui no. Lui lo faceva roteare nel bicchiere con la solennità di un sommelier stellato, lo annusava chiudendo gli occhi (probabilmente per proteggere le cornee dai vapori acidi) e sentenziava: “Senti che corpo? Altro che quelle schifezze del supermercato, quel vinello confezionato in tetrapak! Questo è genuino!”.

Genuino lo era di sicuro. Era il frutto liquido della sua vigna, filari di vite che forse si avvicinavano ai cent’anni di coltura. Ma la sua genuinità si manifestava dopo il primo sorso, quando sentivi che il tuo stomaco cercava di risalire l'esofago per chiederti il divorzio. E non c’era annacquamento per ammorbidirne l’acidità. Era un’esperienza mistica: un solo goccio e la tua faccia assumeva espressioni che nemmeno un mimo sotto shock saprebbe riprodurre. Le labbra si stringevano fino a scomparire, gli occhi lacrimavano per la commozione (o per l'erosione dello smalto dentale) e la gola emetteva un suono simile a quello di un motore diesel che tenta di partire a 20 gradi sottozero.

Enzuccio non l’aveva mai contraddetto per non rovinare il loro rapporto reciprocamente rispettoso. Fortunatamente il suo posto a tavola era vicino ad una rigogliosa aspidistra dove, quelle due volte al mese che pasteggiava con suo suocero, allegramente versava i mezzi bicchieri di vino che avrebbe dovuto concedersi, sotto gli occhi complici di sua moglie.

Tra le foglie di quella pianta vivevano colonie di lumache che crescevano prosperose: Enzuccio era convinto che sua suocera l’avesse messa apposta lì quella pianta, conscia che la sua parte di quel nettare di Bacco giovasse alle lumache che vivevano tra le sue foglie.

Per Mastr’Angelo quel fluido corrosivo era il sangue della terra, il frutto del sudore della sua fronte. E mentre Enzuccio  cercava disperatamente di diluirlo con l'acqua, o di versarlo nella pianta, lui ne beveva un calice intero, fiero, con la resistenza gastrica di un coccodrillo africano.

Suo suocero non produceva vino. Produceva un test di sopravvivenza. E se oggi Enzuccio è  ancora qui a raccontarlo, è solo perché il suo fegato ha sviluppato una corazza in acciaio inox per pura autodifesa.

Oggi che Mastr’Angelo è venuto a mancare Enzuccio si ritrova a osservare gli oggetti e i ricordi che gli rimangono di lui. Tra i vari beni che sua moglie ha ricevuto in eredità, vi è anche quella vecchia pianta di aspidistra che un tempo tutta rigogliosa padroneggiava vicino al tavolo da pranzo.

Attualmente la pianta versa in condizioni precarie: appare fragile, deperita, con le foglie ingiallite, quasi come se stesse soffrendo anche lei per la sua assenza. Guardando più da vicino, tra le sue foglie sbiadite e indebolite, Enzuccio ha notato una piccola colonia di lumache. Sono minuscole, esili e per nulla prosperose, anch'esse apparentemente private di ogni vigore.

Sembra quasi che a quelle povere creature manchi quel liquido aspro, pungente e decisamente acido che suo suocero, con una testardaggine che oggi lo fa sorridere, si ostinava orgogliosamente a chiamare vino. 

E proprio come a quelle lumache manca il nutrimento a cui erano abituate, a Enzuccio, nelle sere invernali, davanti a un bicchiere di vino biologico che dovrebbe sprigionare mille sentori di frutti di bosco, di mela rossa e la freschezza della brezza marina, ma che forse non è nemmeno succo d’uva, manca immensamente la presenza di suo suocero.

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