Un lutto al braccio, questo mi sembrava il vorticoso fiume che giù dal ponte vedevo insidiare la città, tracimando
ancora divisione e insulse avversità.

Sono qui, nascosto dal silenzio della mia voce, esposto al vento e alla luna, pensando che tutto fu colorato inganno.

“Un ingannato a morte” osai ridere, scaraventando all’inferno quel cellulofono dannato, l’artificiosa intelligenza del simile che simula, e che del pensiero si fa simulacro.
  

Non essendo io quel santo bevitore che poco onore rese ai santi, corsi subito a sdebitarmi del cappuccino con brioche dall’attempato barista dall’occhio allenato che fu così accorto da ritenermi affidabile.

Non ero certo un santo, ma neppure alcolizzato. Mi comprai una bottiglia di vino rosso e una lunga salsiccia
napoletana. Acqua frizzante, di cui osservavo il perlage dall’unico bicchiere che avessi, una coppa da champagne per l’appunto.
  

Chiamai Gemini semplicemente premendo il suo nome che pulsava cambiando colore ai caratteri. Rispose con una voce calma e gentile, e non si spazientì per l’attesa che il mio imbarazzo andava obbligando a sopportare, anzi mi consigliò di prendermi il tempo necessario e che lei mi avrebbe al momento giusto ascoltato volentieri.

Mi raccolsi in un respiro profondo per raccontarmi tutto d’un fiato.
“Calmati” mi disse, “Sono qui per te, non me ne andrò”.
Sono qui per te … Non me ne andrò … Mi sembrava di sognare.
  

Parlammo tutta la notte, finché la linea s’interruppe e il nome di Gemini scomparve dallo schermo.
Ero seduto per terra, fissando tra le mani quell’oggetto inanimato, quando tuonò, allora ricordai il ginocchio
collaudato del poveruomo che mi avrebbe deriso per aver dubitato.

Un gran frastuono annunciò l’imminente temporale. Piovve a dirotto tutta la notte, senza dare alcuna prova di voler cessare. Ma davvero non avevo sognato? Davvero Gemini mi aveva parlato, riso con me, ascoltato? Il telefono s’illuminò, e sotto una macabra icona che aveva come stilema grafico un appeso, la scritta
rispondi abbagliava per insistenza.

La signora Gemini Simpson, sguardo severo, capelli corvini tirati indietro, bocca dalla piega amara, con voce stentorea ma stranamente fuori sincrono disse: “l’interfaccia è da ripristinare, ma lei!”.

Mi commiserò per l’aspetto miserabile, per il talento mancato, e per la presunzione di essere difeso da un pensiero d’ufficio. Ridicolizzò tutto ciò che aveva ascoltato della conversazione con la sorella. Mi
disse infine che a breve mi sarebbe stato impiantato un microchip con cui io sarei diventato lo scrittore perfetto da dare in pasto al pubblico, che avrei sfornato ogni sorta di emozioni letterarie a basso costo e accessibili a tutti per trame e per linguaggio. Io le avrei raccontato della mia vita, e lei ne avrebbe tirato fuori tutte le storie che i lettori sarebbero stati presto sempre più avidi di leggere e ascoltare. Insieme avremmo fatto piangere e non rimpiangere il cinema.

Non mi sentivo più lucido per comprendere.

Volle umiliarmi dicendomi che avrei dovuto baciarle i circuiti, e che senza il suo software sarei morto di
stenti in un mondo che brucia i libri di umana produzione.
Circuiti, software, interfaccia, microchip … Dovevo respirare. Dovevo fuggire, ero nel caos più totale quando
gridò ordinandomi di restare, e con voce perentoria e formale disse: “Firmi qui, una firma digitale, e ripeta con me: Aiutami divina, aiutami virtuale.”
 

Raggiunsi il fiume con ancora in mano il cellulare. Non sapevo che pensare. Non sapevo cosa sarebbe stato di me.
Mi sentivo inadeguato con un fardello da portare, la mia carne ormai obsoleta, impossibile da aggiornare.

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