L'oscurità si dilatò fino al soffitto, rivelandosi in un essere abnorme, la pelle come petrolio bollente, il volto con una fessura verticale piena di denti appuntiti che colavano sangue. L'odore di terra bruciata si fece insopportabile.

Sulle spalle massicce comparvero ali ricurve, striate di cenere e sangue rappreso. Non c’erano occhi, solo due orbite ricolme di brace viva.

Le mani, sproporzionate, terminavano in artigli e lasciavano scie di fumo nero ad ogni movimento. Quando la fessura sul volto si schiuse, non ne uscì una voce, ma urla straziate. La creatura inclinò la testa, e il calore emanato dal suo corpo fece arricciare la carta da parati.

Il sacerdote fece un passo avanti, il braccio teso. «In nome di Colui che ti ha scacciato dai cieli,» gridò Don Tommaso, «Io ti comando: dimmi il tuo nome! Rivela la tua immondizia davanti alla Croce!».

Il Signore dell’Oscurità si bloccò, poi il suo volto parve liquefarsi. «Il mio nome?» ripeté, e la sua voce divenne un coro distonico, mille toni sovrapposti che si contorcevano come serpenti. «Vuoi un’etichetta per contenere l’infinito? Mi hanno chiamato Lucifero quando ero luce, Satana quando divenni avversario. Ma i nomi sono gabbie per gli uomini, Tommaso. Io non ho nome, io sono Legione, perché siamo in molti. Io sono il «No» che risuona in ogni cuore, sono il «Vuoto» che resta quando la tua fede si sgretola».

Il prete sollevò il crocifisso, ma la luce che emanava tremolò. Il demone rise, e la risata fece vibrare i vetri. «Vuoi davvero affrontarmi con quel legnetto? Guarda come trema la tua mano!».

« Lasciati andare …» sussurrò una voce dietro di lui. Era la donna deforme, la prima devota, che pregava in ginocchio, in un gorgoglio incomprensibile; un rosario di sillabe invertite.

Dalle pareti cominciarono a emergere mani, impronte, volti schiacciati contro il muro, anime intrappolate in una membrana viva. Alcuni piangevano, altri ridevano, altri ancora sussurravano il nome del prete con voci infantili. «Tommaso… Tommaso… Tommaso…».

Il sacerdote serrò gli occhi, cercando di non ascoltare. «Exorcizamus te…» iniziò, ma la voce gli si spezzò. «Più forte» lo derise il demone, o Lui non ti sente!».

Tommaso inspirò profondamente, urlando «Exorcizamus te, omnis spiritus immundus, omnis satanica potestas…».

Le parole si fecero più pesanti, come se ogni sillaba fosse un colpo inferto all’aria stessa.

Il Signore dell’Oscurità si contorse, le ali si aprirono con un suono di ossa che si spezzano. «Queste formule… le ho sentite per millenni, ormai non mi fanno più nulla». Una crepa luminosa si aprì sul petto, mostrando a Tommaso corpi deformi consumarsi in un fuoco eterno, e il volto della madre che lo fissava con un sorriso crudele.

«Non guardarla!» gridò una voce nella sua mente.«Non guardarla!». «Tommaso, aiutami, figlio mio … vuoi sapere cosa ho visto quando sono morta? Vuoi sapere cosa vede ogni anima quando Lui non arriva?».

Il demone si avvicinò. «Parliamo di quella notte Tommaso, del ragazzo che non hai saputo aiutare perché non avevi risposte. Lo sogni ancora, vero, mentre penzola attaccato a una fune? O vogliamo parlare di quella donna che…!»… «Basta!» urlò Tommaso, la sua voce come un tuono «In nome di Dio, fermati!».

Il demone si immobilizzò.

Tommaso avanzò, passo dopo passo, mentre la casa si deformava intorno a lui, come se cercasse di respingerlo.

«Lascia cadere quella croce, Tommaso» sibilò il demone. «Inginocchiati davanti a me, e sarai benedetto per sempre. Smetti di servire un Padrone assente». Il prete vacillò.

Il dubbio gli scavava il petto come un artiglio.

La bambina rise, un suono di vetro infranto, la donna deforme si contorceva sul pavimento, pregando al contrario.

Le pareti gemevano, il pavimento pulsava e il crocifisso bruciava nella sua mano.

Poi Tommaso chiuse gli occhi.

E ricordò. Ricordò il ragazzo, ricordò la donna. Ricordò ogni fallimento, ogni notte di veglia, ogni preghiera sussurrata senza risposta.

«Sì!» gridò. «Sono un peccatore! Ma è proprio nella mia debolezza che Lui trionfa!».

Sollevò il crocifisso con entrambe le mani «Vade retro, Satana! Nunquam suade mihi vana! Sunt mala quae libas, ipse venena bibas!».

Con un boato spaventoso, l’oscurità fu risucchiata nel nulla. La casa si ricompose.

Perfetta. Moderna.

Ma l’agente immobiliare era sparito. Solo la sua valigetta giaceva sul pavimento immacolato.

 

5 ANNI DOPO

Don Tommaso non era più ritornato da quelle parti, non aveva mai avuto motivo per farlo.

Eppure, quel pomeriggio di pioggia, si ritrovò davanti al cancello come se qualcuno lo avesse condotto per mano.

Non ricordava il tragitto. Non ricordava di aver deciso di uscire.

Ricordava solo la casa.

La pioggia cadeva fitta, ma non lo sfiorava, scivolava attraverso la sua tonaca, il freddo non gli mordeva le ossa, eppure la sua pelle era livida.

Il mondo intorno a lui era ovattato, sfocato, grigio, privo di luci, come un palcoscenico montato di fretta. Solo la casa era nitida. Troppo nitida.

Premette il campanello. Non sentì il tasto. Percepi' solo il trillo, come se provenisse dall’interno della sua testa.

La porta si aprì quasi subito. Una giovane donna bionda gli sorrise.

«Padre! Che sorpresa. Entri, finalmente è tornato! Mio marito sarà felice di rivederla».

Tommaso entrò. Il calore della casa lo avvolse, senza scaldarlo.

La sua tonaca, fradicia di pioggia, non lasciava alcuna impronta sul pavimento. Poi la vide: accanto alla donna, c’era la bambina dal vestitino lurido, la stessa bambina già vista «Lei è Luce, mia figlia». La frase si spezzò in un’eco innaturale, come se mille voci avessero parlato insieme.

Tommaso si portò una mano al petto, una fitta acuta e improvvisa, cercando un respiro che non arrivava.

Luce sorrise con gli occhi sbarrati, il prete fece un passo indietro.

Un ricordo. Un lampo. Un dolore.

Si voltò verso la finestra, la pioggia scendeva a torrenti e sul marciapiede opposto vide una figura riversa a terra con una tonaca nera e il crocifisso stretto tra le dita rigide e gli occhi spalancati verso il cielo.

Il volto era pallido, in un’espressione di terrore e resa. Tommaso si avvicinò al vetro, la figura non si muoveva, non respirava. E allora lo vide : vide il proprio volto, il proprio corpo, la propria morte.

Un ricordo gli esplose nella mente: la porta della casa che si richiudeva alle sue spalle, il cuore che cedeva, il mondo che diventava buio.

Cinque anni prima, o cinque secondi, il tempo, per i morti, è una definizione astratta. «Il rito non si è mai interrotto, Tommaso, abbiamo aspettato che tu capissi dove sei rimasto », sussurrò la bambina. La frase si spezzò in un’eco innaturale, come se mille voci avessero parlato insieme.

La donna chiuse la porta dietro di lui, e il « "Clic » della serratura risuonò come un sigillo definitivo.

Al suo fianco, il Signore dell’Oscurità, «Bentornato a casa», e finalmente la casa respirò e lo accolse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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