Avevo creduto che Giusy fosse tra le due quella sveglia ma dovetti ricredermi e concludere che lo erano entrambe. Vista l’ora tarda, prendemmo un taxi, lei per tornare a casa, io per proseguire verso la mia pensione. Prima di salutarci presi nota dell’indirizzo del suo negozio e ci scambiammo i numeri di telefono, con l’impegno che ci saremmo rivisti in una delle mie prossime visite a Firenze.

Il sabato mattina Aurora e Stefano non hanno impegni scolastici e possiamo trascorrere una giornata insieme. Non ebbi neanche il tempo di suonare al citofono che li vidi al portone, avendo atteso con impazienza alla finestra il mio arrivo. Li abbracciai sollevandoli uno per volta, constatai dal loro peso quanto stavano crescendo. Di solito hanno già un programma per la giornata, infatti la richiesta fu di andare al parco avventura Vicignano a Fiesole. Durante il viaggio in macchina Aurora, che tra i due è quella più loquace, mi parlò della nuova scuola e descrisse uno ad uno tutti gli insegnanti. Su alcuni di essi Stefano non era d’accordo con il giudizio della sorella e interveniva per contraddirla e dire la sua. Iniziarono a beccarsi, in particolare sulla professoressa d’inglese. Secondo Aurora a Stefano non era solo simpatica, ne era follemente innamorato, infatti da una schiappa che era in quella materia, era diventato un lord inglese. Lui protestava e per vendicarsi rivelò che si era fidanzata con il ragazzino più scemo della classe.

Arrivati al parco fu stipulata una tregua e, senza un minimo di riposo, provarono tutte le attrazioni fino al pomeriggio. Ci fermammo a mangiare in un ristorante, sempre a Fiesole e nello spazio esterno del locale c’erano alcuni animali da cortile. Stefano per scherzare fece il verso ad un papero che gli rispose starnazzando e rincorrendolo per beccarlo. Durante il ritorno a Firenze ci divertimmo molto cercando di interpretare cosa avesse detto Stefano in lingua "paparese” per aver offeso così tanto il pennuto. Li riaccompagnai a casa. Ero parecchio stanco ed evitai di salire. Tornai alla pensione, salii in stanza e cercai un film alla televisione davanti al quale addormentarmi.

Trascorsi anche la domenica con i bambini: passeggiata, pranzo insieme e cinema con film scelto da loro. A casa Marina mi offrì un caffè e mi aggiornò sulle ultime esigenze dei ragazzi alle quali avrei dovuto provvedere economicamente. 

Recuperata la mia Volkswagen intrapresi il viaggio di ritorno. Era sera. A pochi chilometri da Salerno percorrevo con calma la statale, rispettando i limiti di velocità. Franco Battiato ed io cantavamo che i treni passano ancora lenti per Touzer, quando ad una rotatoria, con la coda dell’occhio ebbi solo il tempo di vedere dei fari abbaglianti venirmi contro a tutta velocità, da una strada laterale. D’istinto cercai di frenare. Fu un attimo, poi l’urto tremendo sulla parte anteriore dell’auto. Si aprirono gli air bag, la macchina diventò una trottola, girò su se stessa per poi schiantarsi contro un muro di contenimento. In quei pochi istanti passarono davanti ai miei occhi le immagini dei miei figli sul ponte di fune al parco, della loro madre in sala parto con me vicino che le tenevo la mano, mentre lei urlava e mi malediva, infine anche Anna, che faceva ciao con la mano prima di entrare nel portone di casa sua. Poi più nulla. 

Dopo due giorni di coma farmacologico ripresi conoscenza. La prima sensazione che ebbi fu di un chiodo conficcato nelle tempie. Ancora semicosciente capii, per il forte odore di disinfettante che saturava l’aria, di non essere nel mio letto, ma in quello di un ospedale. Provai a muovere il braccio destro, poi quello sinistro, ma entrambi rispondevano a fatica ai comandi che partivano dal cervello. Da lontano, poi sempre più vicine, le voci di due donne che sussurravano parole che non distinguevo. Piano piano anche la vista iniziò a schiarirsi e riconobbi la folta capigliatura di mia sorella Emilia. Con lei c’era un’altra donna vestita di bianco che doveva sicuramente essere un medico o un’infermiera, questo confermò il sospetto di trovarmi in un letto d’ospedale.  Tentai di articolare il nome di mia sorella, ma ne uscì un mugugno che comunque bastò a farla rendere conto del mio risveglio.

La donna che parlava con Emilia era la dottoressa che mi aveva preso in carico quando l’ambulanza mi aveva portato al pronto soccorso dopo che i vigili del fuoco avevano estratto, dalle rispettive auto, me e il mio investitore. In seguito ho saputo che la dottoressa si chiamava Sorrentino come il regista, e che era quanto di meglio mi potesse capitare. Con un timbro di voce che infondeva serenità mi disse che nell’impatto avevo riportato un trauma cranico di moderata entità, ma era stato necessario sottopormi ad un intervento chirurgico. Questo spiegava il vistoso turbante che fasciava la mia testa. Inoltre avevo riportato alcune fratture alle costole e varie contusioni in tutto il corpo, ma erano sciocchezze. Infine mi rassicurò dicendo che l’intervento era perfettamente riuscito e non ci sarebbero state conseguenze neurologiche, ma avrei dovuto fare una lunga terapia riabilitativa. Tentai di ringraziarla, ma emettevo ancora suoni incomprensibili. La dottoressa mi disse di non preoccuparmi, in poco tempo avrei potuto muovermi e riacquistare l’uso della parola. 

Al momento non chiesi notizie del pirata che mi aveva travolto. In seguito ho saputo che i medici avevano temuto che non riuscisse a superare i gravi danni subiti nell’impatto e dopo le prime cure era stato riportato a Milano e ricoverato presso un ospedale di quella città. Sia la mia Volkswagen Golf che il suv dell’investitore ovviamente, erano diventate rottami per lo scasso.

Mia sorella disse che non dovevo preoccuparmi, perché si sarebbe occupata lei di tutto, fino a completa guarigione.  Emilia era più piccola di me di due anni, unica parente dopo la dipartita dei nostri genitori, sposata con Alfonso e madre di Giovanni di 15 anni. Quando le mie condizioni generali lo consentirono, mi restituì il telefono. Anche il cellulare nell’urto aveva riportato qualche danno che mia sorella aveva fatto riparare. Mi disse che aveva avvertito dell’incidente la mia ex e il mio socio allo studio. Gli aveva raccomandato di aspettare che le mie condizioni migliorassero per farmi visita, comunque li stava tenendo informati e aveva consigliato a Marina di non dire ancora niente ai gemelli, fino a quando non fossi stato in grado di parlare. Poi, come una perfetta segretaria, armata di block notes mi informò circa le varie telefonate arrivate sul mio telefono, alle quali aveva risposto secondo chi chiamava sapesse o no dell’incidente. Mi disse, sorridendo, che più volte aveva chiamato anche una donna di Firenze di nome Anna.

Dopo un po’ di tempo, superato il periodo critico, mi fece ricoverare presso una clinica riabilitativa convenzionata. Una stanza singola, in modo che lei avesse più libertà di movimento e io stessi più tranquillo.  

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