«Dici che la sua donna l’ha mollato?» domandò il vecchietto che era andato al bagno.
Il barista finì di pulire il bicchiere.
«Moglie – precisò – si vede il segno della fede sul dito. Roba fresca. È l’unica parte della mano non abbronzata».
«E poi beve, ma non è abituato – aggiunse l’ex gestore – me ne intendo, io».
«L'ospite aveva una piaga nascosta. Hai visto che sospiro doloroso uscì dal suo petto alla terza coppa di vino? Brucia certo d'amore, e per gli Dei, ho ragione di dirlo! Io, ladro, riconosco ai segni il ladro» recitò il terzo vecchietto.
«Ecco – disse il barista – questa suona già meglio della faccenda della staffa».

Nel disimpegno, tra scope, casse e detersivi, l’aria sapeva di chiuso.
Sulla destra, le scale salivano al piano di sopra mentre, di fronte, una porta dava sul retrobottega infestato… o era il gabinetto a essere infestato?
Che storia del cavolo… be' per i turisti poteva andare bene, ma per lui…
Ecco, se questo fosse stato un racconto dell’orrore, lui sarebbe andato nel retrobottega, avrebbe incontrato il fantasma e, ovviamente, ci avrebbe rimesso le penne.
Una storia del cavolo, insomma, sentita chissà quante volte.
Se avesse salito le scale, sbronzo com’era, allora sì che ci sarebbe rimasto secco: sarebbe caduto e si sarebbe rotto l’osso del collo.
«Sbronzo… mica tanto sbronzo… guardate un po’, mi reggo benissimo su una gamba sola».

Giusto, poteva farle benissimo le scale.
Prese a salire con cautela, appoggiandosi al muro. Coraggioso sì, incosciente no.
A metà della rampa una finestra si affacciava sul cortile: un quadrilatero sghembo, rischiarato appena dalla luce smorta di un lampione. Su tre lati si apriva una porta, sul quarto due.
L’uomo spalancò la finestra, schiarendosi le idee all’aria fresca dell’autunno.
Mentre guardava, una delle porte si aprì e una figura uscì ciondolando, reggendo un sacco della spazzatura (dunque qualcuno lo frequentava, il Cortile Proibito).
Anche nella luce incerta si capiva che era la figlia down del barista.
Ecco, se questa fosse stata una storia dell’orrore, lui sarebbe andato al gabinetto, poi sarebbe sceso e avrebbe detto al barista di avere incontrato sua figlia. E, ovviamente, avrebbe saputo che la ragazza era morta un anno prima … ancora una storia del cavolo.
La ragazza svuotò il sacco e si allontanò, sempre ciondolando; anzi no: stava ballando. Tornando indietro passò sotto il lampione e l’uomo poté vedere che, alla cintura, aveva un iPod.
Be', come ballerina era ancora più improbabile che come fantasma.

«Dite che ci siamo andati giù troppo pesante?» chiese il barista.
Il vecchio che era andato al bagno osservò le volute di fumo disperdersi nell’aria. «C’è chi ha visto qualcosa» disse alla fine.
«Qualcosa, forse – disse l’ex gestore – non qualcuno. O che era stato qualcuno».
Il terzo vecchietto raccolse le carte e cominciò a mescolarle con dolce, ottuagenaria lentezza. Il fruscio riempiva la penombra. «Pensieri. – disse – Solo pensieri».
 
L’uomo aveva raggiunto il corridoio e, con qualche difficoltà, il gabinetto.
Entrato, riuscì a guadagnare la tazza e a sedersi – ci era arrivato, è vero, ma non era sicuro di essere così sobrio da poter urinare in piedi.
A questa considerazione due grosse lacrime gli scesero lungo le guance.
Sbronzo, seduto a piangere sul cesso di scorta in un bar cimicioso.
Un’altra storia del cavolo.
 
«Be', anche io sarei giù di corda se venissi piantato da una così» disse il barista reggendo la foto che aveva raccolto da terra.
I vecchietti si alzarono all’unisono in uno strofinare ligneo di sedie sul pavimento, poi, con passo artritico, si diressero al bancone.
«Dev’essergli caduta di tasca quando mi ha pagato» aggiunse porgendola al trio di ottantenni.
Tre visi incartapecoriti fissarono l’immagine di una bella donna con gli occhi verdi e lunghi capelli neri che spiccavano su un golf rosso. 

Scendere le scale non era stato difficile.
L’uomo si era sciacquato la faccia e aveva bevuto almeno un litro dell’acqua che sgorgava sputacchiando dal rubinetto.
Aveva un brutto sapore ferruginoso, ma, anche se non era potabile, poco importava perché, subito dopo, aveva vomitato copiosamente.
Si era lavato di nuovo, si era asciugato col fazzoletto (WC, lavandino e acqua corrente ok, ma vediamo di non pretendere troppo, eh?) e aveva sceso le scale.
Giunto nel disimpegno aveva trovato, ad aspettarlo, la figlia del barista.
Aveva lo stesso, luminoso sorriso che sfoggiava nella foto. Un sorriso speciale.
«Balliamo?» gli domandò.
Aveva anche uno splendido paio di occhi verdi.

«Dovresti tenere più pulito questo posto» disse il vecchietto che aveva recitato la poesia. «Conosco questa ragazza: è stata mia allieva vent’anni fa. Qui però è un po’ più vecchia. Ha sposato uno di fuori e, poco dopo, è morta in un incidente alla curva del Mulino… ma sì, è stato giusto di questi tempi… lui non si è mai saputo che fine avesse fatto… non vi ricordate?».
Il vecchio gestore strappò la foto dalle mani del compagno e l’avvicinò agli occhi miopi che si spalancarono facendolo assomigliare a un grosso gufo senza piume.
«Non l’avevo riconosciuta… – mormorò – si era fermata proprio qui a bere il bicchiere della staffa prima di…per questo il locale ha cambiato nome».
Una folata di vento attraversò il locale e la porta che dava sul retro sì aprì e si chiuse sbattendo.
«Luisa!» gridò il barista precipitandosi verso il cortile tallonato dagli altri. Solo il vecchio che era andato in bagno rimase indietro.
«Io non sono davvero mai andato là dietro dopo il tramonto» bisbigliò.

Il gruppetto attraversò il disimpegno e spalancò la porta che dava sul retro, da cui sembrava provenire la musica.
La ragazza danzava alla luce del lampione, abbracciata a un invisibile compagno indossando sulle spalle un golf rosso che nessuno le aveva mai visto.
Ballava benissimo.

 

 

NDA - il testo esatto (di Callimaco) suona così:

L’ospite aveva una piaga nascosta.
Hai visto che sospiro doloroso
uscì dal suo petto alla terza coppa
di vino? Le rose della corona
erano tutte a terra.
Brucia certo d’amore
e, per gli dei, ho ragione di dirlo!
Io, ladro, riconosco ai segni il ladro. 

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