A voi piace andare a gettare la spazzatura?
A me no.
Ho sempre lasciato che se ne occupasse Lilly. Io, quando era il momento, avevo sempre qualcos’altro da fare. Oppure me ne dimenticavo. Oppure ero di fretta. Oppure non avevo sentito. Oppure avevo il vestito nuovo o fresco di tintoria e tanta paura di sporcarlo. Oppure non lo facevo e basta.
So che cosa state per dire: “Eh no, caro mio, non si fa così. La suddivisione dei compiti in famiglia, la parità, il dovere di cooperazione…”. 

No, un momento. Soprattutto voi cari maschietti, andate davanti allo specchio. Adesso.

Guardatevi bene in faccia e dite ad alta voce: «Non mi pesa affatto scendere nel locale dell’immondizia per buttare via la spazzatura e non lascerei che (qui mettete il nome che volete…) lo facesse al posto mio».
Lo avete fatto? Bene: siete degli ipocriti!
Io non direi mai una cosa del genere.
Insomma, lasciavo che fosse Lilly a prendere il sacchetto, scendere e buttare i rifiuti.
Adesso che tocca a me farlo perché… non importa il perché. Ciò che conta è che non mi piace, non mi piace per niente.
Così rimando più che posso. Ho preso tre o quattro bidoni belli grandi e li tengo in casa.
Aspetto che siano pieni fino all’inverosimile e, qualche volta, anche oltre.
Preferisco l’inverno perché riesco a resistere più a lungo e poi, non sarà carino dirlo, ma agli odori ci si abitua. Del resto non ricevo molte visite.
Adesso però è primavera e presto farà caldo. Troppo caldo.
Un paio di mesi fa ho comprato un grosso congelatore. Anzi, un congelatore enorme.
Così, se i bidoni fossero stati troppo pieni e io non avessi avuto voglia di andar giù, avrei potuto mettere lì i rifiuti per qualche tempo.
Intanto ho cominciato ad abituarmi all’idea di dover scendere a buttarli. Un uomo deve saper risolvere i propri problemi. 
Ho preso un sacchetto e l'ho avvolto ben bene dentro altri cinque. Non mi potevo permettere che sgocciolasse.
Mi sono messo davanti alla porta del locale immondizia e ho aspettato.
Non ho dovuto attendere molto. Di lì a un po’ è arrivato Poretti del terzo piano col suo bravo carico. Siamo entrati insieme. Mentre compivamo il nostro dovere, lui mi ha chiesto di Lilly. Gli ho detto quello che si aspettava gli dicessi, cioè niente.
Sono salito in casa complimentandomi con me stesso: “Ecco un uomo che affronta i suoi demoni”.
Qualcuno penserà che sono un po’ tocco. Ma guardatevi intorno. Conosco persone che hanno paura degli spazi aperti o di quelli chiusi o dell’ascensore... Forse persino voi avete la vostra piccola, innocua mania. E allora?
E poi io la mia l’avevo affrontata. Forse non avevo vinto la guerra, ma una battaglia sì.
Nei giorni che seguirono ne combattei molte altre, sempre con successo. Poco a poco il congelatore cominciava a svuotarsi, soprattutto delle cose che proprio non potevo più tenere in casa.
Sarebbe andato tutto bene se non fosse stato per i topi.
La prima ad accorgersene è stata la signora Vinci. Io la chiamo “Il radar”. Una come lei c'è in ogni condominio. Voi uscite per andare al lavoro e lei è lì, nell’androne. Andate dal dirimpettaio per prendere in prestito lo zucchero e lei sta scendendo le scale. Passate sotto casa, alzate gli occhi e la vedete al balcone, che vi osserva. Prendete l’ascensore e lei si fionda dentro perché anche lei deve salire… 
Fatto sta che la signora Vinci aveva visto un topo.
Niente di tragico. A parte il congelatore che aveva ricominciato a riempirsi.
Fu con sollievo che, qualche giorno dopo, uscendo di casa, vidi le esche avvelenate. Scambiai un cenno d’intesa col “radar”, che stava facendo il suo giretto d’ispezione e tirai dritto.
Quella sera, aprendo il congelatore, sorrisi. Presto lo avrei svuotato del tutto.
Il mondo mi crollò addosso quando incontrai Fonelli, il ragioniere del secondo piano.
Aveva i capelli più spettinati del solito e un’aria alquanto battagliera.
Mi fermò all’ingresso e, tenendomi per un braccio (aveva forse capito che me la sarei svignata volentieri?) mi disse che la sera prima, quando era entrato nel locale spazzatura, aveva visto un sacco muoversi. Senza pensarci si era avvicinato, aveva allungato una mano per smuoverlo e una nidiata di giganteschi ratti di fogna era sciamata per ogni dove. 
«Avrebbe dovuto vederli – mi aveva detto, – saranno stati un centinaio. Correvano dappertutto, mi salivano sui piedi, sulle gambe. Sono riuscito a scappare, ma la cosa peggiore è stata quando ho raggiunto la porta: mi sono voltato per chiuderla e ho visto che mi guardavano. Glielo giuro, mi fissavano con certi occhi… sembravano umani. Avrebbe dovuto vederli»..
Avrei dovuto forse, ma non ne avevo nessuna voglia.
In capo a una settimana il congelatore era di nuovo pieno e, a quel punto, neppure io riuscivo più resistere.
I più pronti di voi adesso penseranno che avrei potuto portare i rifiuti in discarica.
Be' non potevo e, credetemi, non sono pazzo.
Dopo dieci giorni, il “radar” mi fece sapere che tutti i tentativi di disinfestazione erano andati a vuoto e mi chiese se non sentivo una strana puzza lungo le scale.
Negai, anche se avevo una gran voglia di strozzarla, là, sul posto.
Era colpa sua se Lilly non c’era più.
Era stata lei a metterle in testa quelle idee sulla ricerca della felicità, dell’identità personale e della libertà. Sempre da lei, Lilly aveva preso la mania dell’Oriente. Negli ultimi tempi, quando tornavo a casa, venivo avvolto da una nuvola d’incenso che saliva da una foresta di bastoncini bruciati. La sopportavo perché copriva gli odori e perché volevo bene a Lilly, anche se diventava sempre più strana. Nell’ultimo periodo poi si era fissata con la reincarnazione. Aveva raggiunto il culmine quando mi aveva impedito di schiacciare una mosca perché avrebbe potuto racchiudere un'anima in cerca di redenzione.
Sia come sia, riuscii a trattenermi dallo strangolare la Vinci proprio lì, sul pianerottolo. Le voltai le spalle e me ne andai domandandomi che effetto avrebbe fatto la sua faccia mentre diventava violacea sotto quella massa psichedelica di capelli.
La lasciai mentre urlava che avrebbe chiamato la ASL. 
Ora penso che lo abbia fatto.
Ci sono tre tipi che confabulano con Fonelli e la Vinci in giardino. Un quarto sta zitto e guarda. Anche se è vestito in borghese capisco benissimo che è un poliziotto. Fra un po’ saliranno e vorranno entrare da me.
I bidoni sono stracolmi, ci sono sacchi d’immondizia ovunque e il congelatore è pieno.
Forse se mi sbrigassi potrei precipitarmi giù e buttare via qualcosa, ma non ho nessuna voglia di affrontare quei topi. Quei topi dallo sguardo umano.
Non ce la faccio, anche se so che avrò dei problemi per questo.
Soprattutto perché ho ancora la mano di Lilly nel congelatore. 

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