La notte scelta fu quella dell’11 aprile 1904. 

Enrico Fumagalli e Sandro Mariani sarebbero entrati nel palazzo del barone Cesare Rodolfo II Alborghetti con l’intento di derubarlo mentre Pietro Locatelli, loro complice, li avrebbe attesi con un’automobile a motore — cosa ancora rara — in una viuzza secondaria. La fuga prevedeva di allontanarsi rapidamente e senza dare nell’occhio, soprattutto nel caso si fossero presentate complicazioni.

Come stabilito, i due ladri si avvicinarono al grande portone del palazzo Alborghetti. Non gradirono il modo in cui la luce della luna illuminava loro e il cortile, ma decisero di proseguire. Temevano soltanto che il vecchio potesse rivelarsi ostinato nel rivelare l'ubicazione della cassaforte. Si dissero che era solo, fragile, che loro erano in due e che le eventuali grida sarebbero state attutite dalle spesse mura, così si rassicurarono a vicenda.

Il piano ideato consisteva nel “far visita” al Barone che viveva in quell'antico palazzo di Bergamo Alta, non lontano da piazza Vecchia. Era noto in tutta la città come uomo di immensa ricchezza e di salute cagionevole. Una combinazione particolarmente allettante per uomini della loro professione. I bergamaschi di lui dicevano molte cose. Si raccontava che non fosse solito alla vita sociale, neppure nei circoli più elitari nonostante fosse stato spesso invitato da altri cittadini facoltosi. Così, vuoi perché offesi o per menefreghismo, finirono per tagliarlo fuori dal “giro bene”. In pratica non usciva mai, gli unici a farlo erano il cameriere e l’autista per gli acquisti di viveri necessari e poco altro. Anche loro però non si vedevano da tempo e la gente cominciò a credere in ciò che si spettegolava in giro. Si diceva che il nobile dedicasse le serate a strani riti di magia nera e il fatto che fosse massone aveva rafforzato la credenza.

Si raccontava anche che, quando la moglie era ancora in vita, avesse sgridato il garzone di una panetteria perché aveva osato darle del “Lei” invece che del “Voi”, cosa che ne aveva sottolineato l'irascibile altezzosità. Inoltre era convinzione diffusa che un tesoro di valore incalcolabile fosse nascosto nel vetusto palazzo, edificio di domicilio da decine di generazioni. La loro era infatti la famiglia più antica del luogo, vantava antenati che avevano ricoperto cariche nobiliari e civiche fin dal Medioevo. Il Barone viveva ormai da così tanto che non c'era più nessuno a ricordarlo giovane ed era così riservato che anche la sua vita era un mistero.

Nel cortile della dimora, tra colonne fatiscenti e alberi contorti, c'era un considerevole numero di grosse pietre scolpite recanti lo stemma di famiglia e strani simboli incomprensibili che tutti trovavano inquietanti. Tanto bastava a tenere lontano i ragazzi che osavano avvicinarsi per schernire il suo portamento curvo o per lanciare sassi contro le finestre. Vi erano anche elementi ben più angoscianti, capaci di spaventare perfino gli adulti. Alcuni dicevano che parlasse alle statue del suo giardino e che le utilizzasse per riti voodoo. Chi vi aveva assistito non tornava una seconda volta, rafforzando così la credenza che praticasse magia nera.

Fumagalli e soci però non si erano lasciati influenzare da quelle superstizioni. Provenivano da un'altra città e lo vedevano solo come un magnate da rapinare. A modo loro provavano una vaga compassione per quel vecchio evitato dai suoi pari e temuto dal popolino. Ma gli affari sono affari e per un ladro non vi è preda più invitante di un uomo ricco.

Quella sera si erano dunque intrufolati nella proprietà. Da una finestra lo videro compiere strani movimenti davanti a un’immagine demoniaca, come se stesse officiando un rito diabolico. Non s'impressionarono più di tanto: indossarono le maschere e bussarono con forza all’antico portone. 

Intanto, mentre sedeva nervosamente al posto di guida, al terzo malvivente sembrava strano non fosse già tutto finito. Consultava spesso l’orologio, fissando il cancello tra le mura ricoperte d’edera. Era meno brutale degli altri e rimase sconvolto dalle urla strazianti che giunsero dal palazzo poco dopo l’ingresso dei complici. Non aveva forse raccomandato di non eccedere con la violenza? Si chiedeva il motivo della lunga attesa e concluse che il vecchio era morto prima di parlare, costringendo i due a perquisire l’intero edificio.

Poi udì un cigolio prolungato e intravide il cancello aprirsi. Cercò con lo sguardo i suoi compagni, ma restò deluso. A uscire infatti fu solo l'Alborghetti, appoggiato al suo bastone, con un sorriso sottile e innaturale illuminato da una lanterna. In quell’istante Locatelli ne notò gli occhi: giallastri, freddi e incredibilmente vigili.

Non si seppe mai che fine avessero fatto quei tre e nessuno se lo chiese, anche perché ignari della loro venuta in città. Ci fu però chi si accorse che il numero delle statue era aumentato e altri si stupirono di un'automobile abbandonata lì vicino.

Il Barone non mostrò mai alcun interesse per tali voci, tantomeno ne restò impressionato. Da discendente di una stirpe tanto antica, aveva vissuto situazioni ben più terribili di quelle che la gente comune osava appena immaginare.

 

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