Un accorto osservatore, soltanto nel scorgerla di sfuggita, poteva percepire un'idea pressoché fedele del suo Io interiore. Evelina era di una bellezza diafana, gli occhi cerulei, una scintillante chioma rossa di rubino; e negli affilati tratti ben disegnati del viso portava tenui efelidi della simpatia. Le spalle esili facevano pendant col rigonfiamento anteriore dei minuti seni; dalla punta dei piedi a quella del naso, una felice simmetria offriva armoniosa piacevolezza ogni qualvolta la si guardasse.

Secondo Evelina, le persone erano fatte di vetro. Più precisamente, all'interno di ognuno il sangue dei globuli bianchi, rossi e piastrine, con il suo apparato di vene e arterie collegato alla pompa-motore chiamato cuore, era tutto una bugia. Dentro, seguendo il suo personalissimo parere, l'anatomia umana custodiva il fragile tempio dell'anima, composto di vetro e cristalli, niente più.

Ecco cosa percepiva l'accorto osservatore chiamato in causa poc'anzi, se osservava Evelina.

La sua sensibilità non era proprio un segreto. Appena ventitreenne aveva coraggiosamente optato per il volontariato in Kenya. Aiutare i meno abbienti le dava un senso di completezza, nonché un notevole sprint per proseguire nei misteri del mondo; fiato di vita nei polmoni di un naufrago.

Purtroppo, il caso seppe essere molto avaro con Evelina. Come per ripicca, vedendola ostinata a dare in dono tutta se stessa, la medesima provvidenza che le aveva offerto tempi buoni e occasioni polpose volle che il demone della fibromialgia s'insinuasse nel suo tessuto muscolare già in giovanissima età, appena ventiquattrenne. Così, il mondo circostante abitato da corridori arrivisti, opportunisti bendati di apparenze e anime sorde, non le lasciava adito di progressione, etichettandola come una povera lunatica in cerca di compatimento.

Il peggio che poteva capitare al suo minuscolo ego le piombò addosso di colpo. Inesorabile come la presa di un rapace, la morte, in questo caso del suo gatto Renoir, la spinse in uno stato mentale instabile, distorto, come una sorta di depressione consenziente, a cui ci si sottomette per credere di stare meglio. Renoir era l'unico suo amico, undici anni che condividevano lo stesso appartamento, il solo psicologo che la capiva. Nessuno sapeva darle conforto quanto quel vecchio gatto persiano. Lo trovò ridotto a una fetta di pancarré, spiaccicato sul selciato con i segni dei pneumatici sul dorso.

Quando un colpo troppo duro incrina il cristallo dell'anima bisogna essere machiavellicamente obiettivi e razionali per non infrangersi del tutto; e lasciare che il tempo agisca da collante dentro le spaccature, l'arte del kintsugi che fugge dalla metafora per compiersi nella realtà. Evelina lo sapeva, doveva trovare il ramo buono su cui aggrapparsi per non cadere. Il baratro sarebbe stato fondo. Molto fondo.

Qualsiasi pretesto per distrarsi poteva aiutare, seppur fittizio, come un complimento sontuoso, un commento digitale, magari anche un semplice “mi piaci” propinato a titolo gratuito. Decise di postare sul proprio profilo social una sua foto in Africa, con in braccio un bimbo keniota dal sorriso privo di incisivi. Ai tempi in cui avevano scattato la foto, la fibromialgia era ai primi esordi. Evelina aveva un'espressione incerta, quasi obbligata, l'aspetto fortemente smagrito e la camicia di lino con i pantaloncini madidi di sudori presentavano aloni sparsi qua e là. Quel giorno imperavano quarantacinque gradi al villaggio, un caldo che spaccava le pietre.

Nonostante tutto, per la bella rossa la foto era un caro ricordo, il piccolo Baba aveva appena ricevuto i soldi della retta scolastica. Immortalare il momento era un vincolo doveroso, bisognava suggellare il lieto evento e successe pressapoco come quando si lancia una bottiglia di Champagne su d'un transatlantico per inaugurarlo, ma quella non si rompe.

La foto approdò nel mondo virtuale. Un nanosecondo per finire alla mercé di tutti. Miracoli tecnologici. Venne intercettata da un gruppo costituito da perdigiorno, analfabeti funzionali, uomini e donne di età diverse con in comune la straziante condizione d'esser annoiati. La apparecchiarono sulla loro pagina, e presero a opinare. Incominciò un primo utente, un giovane con i brufoli e la peluria puerile sopra le labbra, commentò:

A questa le hanno spruzzato merda in faccia, cagata dalle mosche lol” alludendo alle lentiggini. Seguì il commento di un altro utente, un uomo di circa quarant'anni, pochi capelli solo ai lati, occhialini, leggermente sovrappeso, tra le foto personali una teglia di lasagne con didascalia “le ha fatte mia mami”,. Scriveva:

Vanno in afrika coi nostri soldi per cercare il negro e farsi trombare, poi si lamentano se le violentano”. 

Un altro rispose: “se questa zoccola me la scopo si spezza, altro che negri, se la metti incinta abortisce a piscio.”

Una donna attempata con il Cristo crocifisso alle spalle, diceva:

Anoressica, si vede che sta male, vanno a prendersi le malattie e ce le portano qua.”

Ancora a seguire un altro utente: “Con i stracci ke ai adosso non cè riskio ke ti sequestrano, anke se sembri un bel po buttana se muori non frega niente a ness1”.

Sembravano i bambini soldato dei ribelli. Le loro micidiali parole come i mitra in braccio a degli imberbi sprovveduti.

Le persone sono fatte di vetro.

Dal momento che Evelina non proseguì oltre la sfilza di commenti d'odio, quarantasette per l'esattezza, verrà interamente risparmiata al lettore che si intrattiene con questo breve scritto. È sufficiente partecipare lo stimato suddetto lettore che, una volta toccato il fondo, la perseveranza con cui proseguirono a grattare fino a strapparsi le unghie sorprese persino il diavolo, che da dietro la spalla di Evelina leggeva eccitato e ogni tanto segnava appunti.

Le persone sono fatte di vetro.

Evelina aprì l'armadietto sopra al lavandino del bagno, provava ribrezzo nel vedersi allo specchio, il proprio riflesso che la spiava la faceva sentire miserabile.

La scatola di valium è lì, dove l'hai lasciata.

Una pillola, grosso sorso d'acqua e giù, seconda pillola, stesso rito, terza, quarta e via un blister; secondo blister; all'undicesima ebbe un rigetto. Un timido conato le diede il campanello d'allarme, poteva rimanerci sul serio con tutto quel diazepam. Ma la tenacia dell'essere umano, quando veramente si fissa su qualcosa, è una forza sorprendentemente formidabile. Quando si parla di buona volontà alla stregua di petrolio e energia solare.

Evelina si adagiò in vasca e prese a tracciarsi i polsi con una lametta.

Quando il freddo cominciò ad accarezzarle i sensi, udì in lontananza il suono delle campane. Constatò che il suo ultimo giorno di vita l'aveva presa in giro; prima provandole che le persone fossero fatte di vetro, poi sbugiardandosi dalla pozza vermiglia di sangue in cui riversava.

 

 

Note: Il nome Evelina ha origine germanica e indica “ragione, diritto, legge”. Il significato si può tradurre in: persona che ringrazia col sorriso.

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